I biglietti choc ritrovati dai carabinieri: “Da soli non ce la facciamo”. Il profondo cordoglio e lo sgomento del IV Municipio.
Un silenzio assordante e carico di strazio avvolge la periferia est di Roma, nel quartiere di Pietralata. Un’intera famiglia è stata spazzata via in un epilogo di inaudita disperazione: un padre di 42 anni, Luca Ambasciano, una madre di 41, Valentina Pambianco, e la loro bambina di appena cinque anni, affetta da una grave disabilità, sono stati trovati morti nella loro camera da letto. Nella stessa stanza, drammaticamente coinvolto, giaceva anche il cane di famiglia.
La scoperta choc è avvenuta nel pomeriggio di lunedì 31 agosto, quando i vigili del fuoco, allertati da un familiare allarmato dalla totale assenza di notizie, hanno forzato l’ingresso dell’appartamento. All’interno, la tragica conferma: i tre corpi presentavano ferite d’arma da fuoco, esplose da una pistola regolarmente detenuta.
I biglietti della resa e la pista dell’omicidio-suicidio
Le indagini condotte dai Carabinieri hanno subito imboccato la drammatica pista dell’omicidio-suicidio concordato. A confermare il movente della disperazione sono stati diversi biglietti autografi lasciati dai genitori nella stanza.
Poche righe, intise di un dolore insostenibile, che raccontano la cronaca di un logoramento silenzioso: “Da soli non ce la facciamo”, è il grido disperato emerso dai fogli scritti da entrambi. Parole che restituiscono il senso di un isolamento profondo, di una quotidianità fatta di cure incessanti e di un carico assistenziale vissuto come un muro invalicabile, che ha spinto la coppia a maturare la terribile decisione di chiudere insieme il cerchio della propria esistenza.
La rete di protezione e l’incredulità del quartiere
Il dramma riaccende i riflettori sulla fragilità dei nuclei familiari che affrontano la disabilità severa. Dalle informazioni raccolte, la famiglia era seguita dal IV Municipio di Roma, anche attraverso un supporto economico. La madre, in particolare, aveva scelto di rinunciare al proprio impiego per dedicarsi anima e corpo ai ritmi e ai bisogni della figlia, che frequentava un nido della zona.
Il IV Municipio ha espresso profondo sgomento attraverso una nota ufficiale, riflettendo su un limite evidente: nonostante l’impegno dei servizi sociali e della ASL, tutto ciò non è bastato a reggere il peso della solitudine. Nel vicinato, intanto, regna lo sconcerto. Chi li conosceva ricorda l’affetto viscerale e la dedizione assoluta che legavano mamma e papà alla loro bambina, rendendo l’epilogo ancora più incomprensibile e straziante.
Questa tragedia va ben oltre i confini della cronaca nera: è un pugno nello stomaco che interpella la coscienza collettiva e le istituzioni.
Quando una famiglia arriva a scrivere “Da soli non ce la facciamo”, significa che il sistema di welfare ha fallito il suo obiettivo primario: non solo curare o assistere, ma fare comunità. I sostegni economici e le pratiche burocratiche, per quanto preziosi, si rivelano impotenti di fronte al logoramento psicologico ed emotivo di chi vive l’assistenza ventiquattro ore su ventiquattro senza una rete umana solida attorno.
La morte di Luca, Valentina e della loro piccola deve trasformarsi in una riflessione urgente e inderogabile. Non basta piangere gli scomparsi; è necessario ridisegnare il supporto alle famiglie con disabilità grave, trasformandolo in una presenza costante, capillare e capace di spezzare sul nascere quel muro di isolamento che, troppo spesso, diventa una prigione senza via d’uscita.
Ciro Crescentini

