Il Tribunale di Napoli Nord smonta l’accusa di diffamazione aggravata mossa da Aniello Stellato. Il giudice: è dialettica sindacale.
La soglia della tutela costituzionale e giurisprudenziale riservata alla libera manifestazione del pensiero e alla dialettica sindacale tiene ancora una volta saldo il campo contro le forche caudine della querela temeraria o strumentale. Con un provvedimento firmato dalla giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Napoli Nord, Donata Di Sarno, è arrivata l’archiviazione definitiva per Sasha Colautti, esponente dell’esecutivo nazionale dell’Unione Sindacale di Base (Usb).
Il capo d’accusa ipotizzato in origine — diffamazione aggravata — si è infranto contro il muro di un principio cardine: criticare la solidità industriale, la strategia finanziaria o la coerenza progettuale di un’operazione che ridisegna il destino di centinaia di lavoratori non lede l’onore personale del manager di turno. A querelare il sindacalista era stato Aniello Stellato, legale rappresentante della Tme, società finita al centro del riassetto industriale del sito ex Jabil di Marcianise nel 2025.
La decisione della GIP recepisce in toto la richiesta di archiviazione formulata dal Pubblico Ministero nello scorso mese di aprile, spazzando via l’opposizione di Stellato. Nel cuore della motivazione giudiziaria pulsa un concetto tanto lineare quanto spesso bistrattato nelle aule civili e penali: «nessun attacco alla sfera personale, ma solo giudizi sull’operazione societaria».
La genesi dello scontro: Jabil, Tme, Tma e il “fantasma” della scatola vuota
Per comprendere il perimetro della controversia bisogna riavvolgere il nastro al febbraio dell’anno precedente. Il polo industriale di Marcianise viveva mesi di fibrillazione acuta. La multinazionale statunitense Jabil aveva deciso di disimpegnarsi dallo stabilimento campano, innescando una vertenza di rilevanza nazionale con pesanti contraccolpi sociali e il rischio tangibile di desertificazione occupazionale.
In quel frangente si era mossa la Tme, proponendosi come ancora di salvataggio. L’architettura societaria prevedeva il coinvolgimento pubblico tramite Invitalia, presente con una quota di minoranza pari al 45% del capitale sociale all’interno di un veicolo ad hoc battezzato Tma.
Fu in quella fase che Colautti diffuse il comunicato incriminato, ripreso da un quotidiano locale, in cui bollava l’operazione come un tentativo di «svuotare il sito» per «porre in essere una speculazione edilizia», definendo contestualmente la Tme una «scatola vuota». Parole aspre, politicamente taglienti, ma secondo il tribunale perfettamente iscritte nel perimetro del diritto di critica sindacale in una fase di conflitto acuto.
Il “fatidico” piano industriale: tra annunci in pompa magna e realtà della cassa integrazione
La giustizia penale ha archiviato, ma la cronaca industriale del sito di Marcianise continua a registrare un divario siderale tra il storytelling della transizione e il vissuto quotidiano della fabbrica.
Ai tempi dell’addio di Jabil, il perimetro occupazionale si attestava su circa 400 addetti. L’uscita incentivata ha fatto registrare numeri marginali: un solo lavoratore ha accettato l’offerta da 30.000 euro per voltare le spalle alla fabbrica. Nel frattempo, il bilancio delle uscite segna un altro e ben più aspro contenzioso: 4 licenziamenti singoli, tre dei quali colpiscono direttamente dirigenti o rappresentanti della stessa Usb, con cause legali ancora pendenti.
Sullo sfondo, i motori produttivi girano a intermittenza. Il piano industriale della Tma marcia con una lentezza disarmante e l’uso degli ammortizzatori sociali è rimasto la cifra strutturale della gestione. Eppure, la narrazione ufficiale era stata edificata su fondamenta ben diverse: «Si parlava di nuove commesse, investimenti, crescita produttiva, riduzione progressiva della cassa integrazione e ritorno alla piena occupazione», ricorda l’Usb, sottolineando come nell’agosto del 2025 fosse stato solennemente promesso un drastico taglio del ricorso alla cassa integrazione a partire dal 2026.
La realtà dei fatti, denunciano dal sindacato, ha smentito le promesse: la cassa integrazione resta lo strumento ordinario di gestione della forza lavoro e i tempi di marcia industriale somigliano a un eterno cantiere a rilento.
La replica dell’Usb: «Non è questione di gradimento, ma di aderenza alla realtà»
L’archiviazione incassata da Colautti viene letta dall’Unione Sindacale di Base non come una semplice vittoria processuale, ma come un Macigno politico posto a difesa dell’agire collettivo. La querela di Stellato, affonda l’analisi dell’esecutivo sindacale, rappresentava il «tentativo di trasformare la critica sindacale in qualcosa da colpire sul piano giudiziario».
Una scorciatoia inaccettabile, perché la funzione costituzionale e sociale del sindacato si svuota se viene meno la libertà di giudicare i processi di riconversione economica non sulla base delle pubbliche pubbliche relazioni aziendali, ma della prova del nove dei fatti concreti. «Fatti che, nei mesi successivi, non hanno certo cancellato le ragioni delle nostre critiche», incalza l’Usb, rivendicando il diritto-dovere di chiedere conto di un progetto annunciato con squilli di tromba ma tradito nella prova del nove della fabbrica.
Il nodo gordiano della vicenda, ribadisce la nota del sindacato, è metodologico prima ancora che giuridico: «il problema non è se le nostre critiche piacciono o meno ad Aniello Stellato», ma «se quelle critiche trovano o meno riscontro nella realtà».
E finché la fabbrica continuerà a vivere di ammortizzatori sociali, produzione a singhiozzo e contenziosi sui licenziamenti anziché di saturazione degli impianti e rilancio occupazionale, la vertenza di Marcianise resterà aperta. Con buona pace di chi preferirebbe il silenzio giudiziario al rumore della critica operaia.
Ciro Crescentini
