Vertice a Parigi con Chabaud, ma gli uomini delle barche non cedono. L’economia brucia 52mila posti.
Fos-sur-Mer, Sète, Frontignan, Nizza: i blocchi dei marittimi aprono la crepa. Ma la rivolta dei pieni impossibili – 2,14 euro la benzina, 2,35 il diesel – è solo la miccia di un Paese in apnea, stretto tra il taglio delle stime di crescita Insee (0,4%), la disoccupazione al 8,6% e la lunga onda di una campagna presidenziale 2027 già incandescente. Lecornu alza i sussidi ai pescatori a 35 centesimi e allunga a dicembre 2026 gli aiuti generalizzati, mentre il 10% delle pompe boccheggia a secco. Ma tra la linea dura della CGT («basta austerità») e l’ombra virale del 17 ottobre, la Francia ridiventa un laboratorio a cielo aperto della rabbia sociale.
I porti sbarrati e la linea rossa del mare
Dalle 3 del mattino i moli del Mediterraneo e della Costa Azzurra hanno abbassato le saracinesche logiche. A Sète e Frontignan i tir restano ostaggi dell’ira delle banchine; a Nizza la musica non cambia. I pescherecci non coprono i costi di uscita. Sugli striscioni sventolati contro Bruxelles e Parigi la sentenza è senza appello: «L’Europa ci uccide», «L’Ue affonda le nostre barche e Parigi sta a guardare».
Mentre la ministra Catherine Chabaud riceve le delegazioni a Parigi per strappare un sur-plus protettivo, il premier Sébastien Lecornu prova a disinnescare la bomba estendendo il pacchetto di compensazione: 35 centesimi al litro per la flotta (massimo UE tollerato), 15 centesimi per gli agricoltori, e conferma del bonus grands rouleurs (100 euro una tantum per chi percorre oltre 8.000 km annui o 15 km casa-lavoro). La portavocedell’esecutivo Maud Bregeon getta acqua sul fuoco: «Nessuna penuria strutturale, solo tensioni localizzate su un decimo dei distributori». Ma il fuoco, intanto, camminano sulla sabbia asciutta.
Il mosaico della rottura: salari, tariffe e malumore generalizzato
Non c’è solo il serbatoio. Martedì il primo after-summer di protesta ha mostrato la sezione trasversale della tensione sociale francese. I poliziotti in marcia per il potere d’acquisto e organici, gli addetti EDF-GDF blindano i propri privilegi tariffari contro i tagli di Stato.
Corpi intermedi e frontiera: pompieri, infermieri e studenti in fibrillazione, con le sigle green pronte a esigere un prelievo sui super-inquinatori nella manovra finanziaria.
L’economia reale dà ragione ai pessimisti. L’Insee ha falcidiato la crescita al 0,4% (addio al miraggio del pieno impiego macroniano del 2022) e mette in conto 52 mila esuberi privati nel 2025-2026. Il 66% dei francesi – sondaggio Elabe per BFM Tv – benedice preventivamente una rivolta contro il caro-vita, contro il 21% di ostili.
L’arco politico all’assalto dell’Eliseo
La corsa a rimpiazzare Macron si combatte a colpi di litri e prelievi fiscali ridotti. Jean-Luc Mélenchon (LFI): «Tra un po’ la benzina costerà 3 euro. Che cosa aspetta il governo per agire, che il prezzo salga a 4 euro?». Fabien Roussel (PCF) e Marine Le Pen (RN) convergono sul perimetro d’urgenza: IVA abbattuta dal 20% al 5,5% sui prodotti energetici. Édouard Philippe (Horizons) invoca il raddoppio chirurgico dei sostegni pendolari.
Nel frattempo, la data del 17 ottobre circola in rete come un meme esplosivo. Un anno dopo il fuoco di paglia di «Bloquons tout», il sindacato CGT alza la posta con la segretaria Sophie Binet: «La risposta non può essere una politica di austerità a spese dei lavoratori, perché siamo noi a determinare la crescita, siamo noi a consumare. Dopo dieci anni in cui il governo ha elargito agevolazioni ai più ricchi e alle grandi imprese, il risultato è un naufragio economico».
Parigi ha 30 giorni o poco più per dimostrare che i serbatoi terranno. Altrimenti, l’autunno francese rischia di verniciarsi di nuovo di giallo, o di un blu profondo e arrabbiato come le onde sbarrate a Sète.
Ciro Crescentini
