Mentre gli esperti rassicurano, multinazionali farmaceutiche e media alimentano il panico
Appena compare il nome di un nuovo virus, il meccanismo sembra ormai automatico: titoli allarmistici, maratone televisive di virologi, ipotesi emergenziali e, quasi in parallelo, grandi aziende farmaceutiche già impegnate nello sviluppo di possibili vaccini. Questa volta al centro dell’attenzione c’è l’Hantavirus, dopo il caso della turista olandese deceduta e il monitoraggio sanitario disposto per alcuni passeggeri transitati sullo stesso volo.
In Italia due giovani marittimi, un 24enne di Torre del Greco e un 25enne di Villa San Giovanni, sono stati posti in isolamento obbligatorio dopo essere entrati in contatto indiretto con la donna sudafricana poi morta. Entrambi, secondo le autorità sanitarie, sono asintomatici e in buone condizioni di salute. Lo stesso vale per gli altri italiani monitorati.
Nonostante il quadro clinico rassicurante e l’assenza di sintomi, si è però riattivata immediatamente quella narrazione emergenziale che negli ultimi anni accompagna qualunque notizia sanitaria: protocolli straordinari, quarantene, dichiarazioni continue e scenari preventivi che finiscono inevitabilmente per alimentare paura e tensione nell’opinione pubblica.
Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha comunque provato a rassicurare i cittadini. «Oggi in Italia non c’è alcun pericolo», ha dichiarato al Tg1, spiegando che l’Hantavirus è conosciuto da molti anni e presenta una contagiosità molto bassa.
Anche il Dipartimento Prevenzione del ministero della Salute ha escluso qualsiasi paragone con il Covid. La capo dipartimento Mara Campitiello ha precisato che i quattro passeggeri italiani monitorati «non presentano alcun sintomo» e che «siamo lontani sicuramente da una pandemia».
A ribadire la necessità di evitare isterie collettive è stato anche l’Ordine dei Medici di Firenze, intervenuto dopo il caso della donna residente in Toscana risultata sotto osservazione sanitaria. «Non siamo davanti a un altro Covid», hanno spiegato i medici, ricordando che la trasmissione da persona a persona non rappresenta la modalità tipica di diffusione dell’infezione.
Secondo gli specialisti, parlare oggi di Hantavirus dovrebbe significare fare informazione equilibrata, senza sottovalutazioni ma anche senza trasformare un’infezione rara e conosciuta in un nuovo spettro globale.
Eppure il dibattito pubblico si è rapidamente spostato su un altro terreno: quello dei vaccini. Ancora prima che esista una reale emergenza sanitaria, si parla già di nuove formulazioni, piattaforme tecnologiche e possibili campagne preventive. Un copione che molti cittadini osservano ormai con crescente diffidenza.
Il presidente di Farmindustria, Marcello Cattani, ha dichiarato che la strada per arrivare a un vaccino contro l’Hantavirus «è assolutamente percorribile», pur specificando che al momento non esiste alcuna emergenza concreta e che il focolaio non sembra destinato a trasformarsi in epidemia o pandemia.
Parole che però confermano quanto il settore farmaceutico sia già pronto a muoversi in anticipo su qualunque potenziale rischio sanitario.
Negli Stati Uniti, intanto, le azioni di Moderna sono schizzate in Borsa dopo la diffusione delle notizie relative alle sue ricerche preliminari su un possibile vaccino contro l’Hantavirus. La stessa azienda ha confermato collaborazioni con istituti militari statunitensi e università asiatiche per sviluppare contromisure contro future malattie emergenti.
Il punto centrale, però, resta un altro: informare correttamente non significa minimizzare, ma nemmeno costruire scenari apocalittici in assenza di dati concreti. Parlare di “nuovo virus” senza spiegare che si tratta di un’infezione rara, nota da decenni e a bassa trasmissibilità rischia soltanto di alimentare ansia collettiva e sfiducia.
I cittadini hanno bisogno di trasparenza, equilibrio e rigore scientifico, non di una comunicazione costruita sulla paura permanente. Perché se ogni episodio sanitario viene immediatamente trasformato in emergenza globale, il rischio più grande non è il virus, ma l’assuefazione all’allarme continuo.
Ciro Crescentini

