La sentenza scatena urla, minacce e accuse: “Lo Stato non ci difende, siamo in guerra”
Diciotto anni e otto mesi di reclusione: è la condanna inflitta al 17enne che la notte tra l’1 e il 2 novembre 2024 ha ucciso con un colpo di pistola al petto Santo Romano, 19 anni, a San Sebastiano al Vesuvio. Un omicidio nato da una banale lite per un paio di scarpe sporcate. Il verdetto, emesso dal Tribunale per i minorenni di Napoli, è arrivato a conclusione del processo celebrato con rito abbreviato. Pena superiore alla richiesta del pubblico ministero Ettore La Ragione, che aveva invocato 17 anni, ma che non ha placato l’ira dei familiari della vittima.
All’esterno del palazzo di giustizia ai Colli Aminei, un muro di dolore e rabbia. “Fate schifo”, l’urlo che ha fatto eco alle parole pronunciate in aula da Antonio, fratello della vittima, rivolte con toni minacciosi al giovane condannato e alla sua famiglia. Poco dopo, la madre di Santo, Filomena Di Mare, ha gridato: “La giustizia ha fallito di nuovo. È uno schifo. Per questo i minorenni continuano ad ammazzare”.
Il dolore collettivo si è trasformato in protesta. “Siamo in guerra, non sotto le bombe ma circondati da pistole e coltelli”, ha detto Mariarca, zia della vittima. In molti hanno ricordato altri casi analoghi: tra i presenti anche le madri di Francesco Pio Maimone e Simone Frascogna, uccisi in altre tragedie per motivi futili. Un filo rosso lega queste storie: il vuoto lasciato dalla perdita di giovani vite e l’impotenza di fronte a pene ritenute insufficienti.
“Sapevamo dello sconto del rito abbreviato, ma ci aspettavamo il massimo”, ha dichiarato Simona, fidanzata di Santo, tra lacrime e applausi. La giovane ha lanciato un appello: “Non è una battaglia che dobbiamo combattere solo noi. Santo ci è stato strappato, ma chi esce la sera è ancora in pericolo”.
L’avvocato della famiglia, Massimo De Marco, ha parlato di una “condanna che certifica senza ombra di dubbio la responsabilità dell’imputato”, aggravata dai futili motivi. Ma ammette: “Qualsiasi pena non sarà mai un risarcimento. Il dolore resta intatto”.
All’istituto Archimede, dove Santo studiava e sognava di diventare portiere professionista, i compagni oggi non parlano. Fuori dal tribunale, invece, le parole pesano come macigni. “Lo Stato non ci tutela”, ha detto la madre di Maimone. E altri genitori, uniti dallo stesso lutto, gridano che la misura è colma. Che è il tempo delle leggi più severe, non delle lacrime.
Un’eco, quella di San Sebastiano, che rimbalza ovunque. Perché, come hanno detto in molti, “al posto di Santo poteva esserci chiunque”.
Alma
