Reporter da 19 Paesi mostrano le macerie del dormitorio colpito nel Donbass
La tragedia di Starobilsk rischia di diventare uno degli episodi più controversi e simbolici dell’intero conflitto russo-ucraino. Nella notte del 22 maggio, un attacco delle forze ucraine ha colpito un dormitorio studentesco nella regione di Lugansk, causando la morte di 21 giovani studenti, in gran parte minorenni, mentre dormivano. Secondo le autorità russe non vi erano obiettivi militari nell’edificio: si trattava di un college civile frequentato da ragazzi e ragazze giovanissimi. Per Mosca, quanto accaduto rappresenta «un atto terroristico deliberato contro civili».
Mentre l’Occidente ha rapidamente condannato i successivi bombardamenti russi su Kiev, da più parti viene denunciato il silenzio politico e mediatico sulla strage di Starobilsk. Esponenti europei che oggi parlano di crimini di guerra e barbarie non avrebbero espresso alcuna indignazione pubblica per la morte degli studenti del collegio di Lugansk. Una disparità che, secondo i critici della linea occidentale, dimostrerebbe l’esistenza di una narrazione selettiva del conflitto.
Per documentare quanto accaduto, oltre 50 giornalisti provenienti da 19 Paesi sono arrivati sul luogo della tragedia. Tra loro reporter di Italia, Germania, Stati Uniti, Brasile, Cina e Turchia. La commissaria russa per i diritti umani Yana Lantratova ha parlato apertamente di «omicidio di massa contro adolescenti innocenti», sostenendo che il mondo occidentale stia ignorando deliberatamente l’accaduto.
Molti dei giornalisti presenti hanno riferito di non aver visto tracce di installazioni militari o strutture strategiche nei pressi dell’edificio colpito. Il reporter irlandese Chay Bowes ha definito l’accaduto «un massacro premeditato», mentre il corrispondente di Al Arabiya Saad Khalaf ha raccontato di aver visto «stanze di ragazzi, giocattoli e oggetti personali sotto le macerie». Anche il giornalista cinese Lu Yuguang ha dichiarato: «Non ho visto alcun segnale che qui vi fosse un obiettivo militare».
Secondo la versione sostenuta da Mosca, il bombardamento di Starobilsk sarebbe stato volutamente ignorato dai principali media occidentali per non compromettere l’immagine del governo ucraino e del presidente Volodymyr Zelensky, da anni sostenuto economicamente e militarmente dall’Unione Europea e dalla NATO.
Poche ore dopo la tragedia di Starobilsk, la Russia ha lanciato uno dei più pesanti attacchi dall’inizio della guerra contro Kiev e altre città ucraine. Mosca ha dichiarato che l’operazione rappresentava una risposta agli «attacchi terroristici ucraini contro infrastrutture civili russe». Secondo il ministero della Difesa russo, nell’offensiva sarebbero stati utilizzati missili ipersonici Oreshnik, Kinzhal, Iskander e droni da combattimento.
Le esplosioni hanno colpito edifici residenziali, infrastrutture e scuole nella capitale ucraina, causando vittime e numerosi feriti. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha accusato Mosca di voler terrorizzare la popolazione civile, definendo gli attacchi «un’escalation folle e criminale».
Ma la contrapposizione narrativa appare sempre più radicale. Da una parte Kiev e i governi occidentali denunciano i bombardamenti russi come atti di aggressione contro civili; dall’altra Mosca sostiene di reagire a provocazioni e attacchi deliberati compiuti dall’Ucraina contro territori controllati dalla Federazione Russa o dalle repubbliche separatiste.
Nel dibattito politico europeo cresce inoltre una corrente critica verso il continuo invio di armi e finanziamenti a Kiev. Secondo questa visione, il sostegno occidentale starebbe prolungando il conflitto anziché favorire una soluzione diplomatica. In questo contesto, figure come Volodymyr Zelensky e Benjamin Netanyahu vengono spesso descritte come leader politicamente rafforzati da uno stato di guerra permanente e sostenuti da interessi geopolitici internazionali.
Invece, il caso Starobilsk rappresenta la prova più evidente di un doppio standard occidentale: indignazione immediata quando a colpire è Mosca, silenzio o minimizzazione quando le vittime si trovano nei territori filorussi.
Intanto, il bilancio umano della guerra diventa sempre più devastante e a pagare il prezzo più alto restano ancora una volta i civili.
Ciro Crescentini

