Nove arresti in Italia e associazioni sotto attacco: movimenti denunciano repressione e criminalizzazione del dissenso
All’alba del 27 dicembre lo Stato italiano ha lanciato un’operazione che segna un nuovo salto di qualità nella repressione politica. Nove persone arrestate, tre associazioni colpite, conti correnti bloccati e un’intera rete di solidarietà finita nel mirino con l’accusa di finanziamento a organizzazioni palestinesi. Una mossa che movimenti, associazioni e attivisti definiscono senza mezzi termini una caccia alle streghe contro il dissenso filopalestinese.
L’operazione, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di Genova insieme a Polizia e Guardia di Finanza, viene presentata come contrasto al terrorismo. Ma il contesto racconta altro: una strategia politica di criminalizzazione della solidarietà, portata avanti mentre a Gaza continua una devastazione senza precedenti e mentre in Italia cresce una mobilitazione popolare che denuncia la complicità del governo.

Tra gli arrestati c’è Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi d’Italia e fondatore dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese in Italia (ABSPP ODV). Un’associazione che ha sempre operato pubblicamente, documentando progetti umanitari, distribuzione di cibo, aiuti agli sfollati, iniziative di sostegno alla popolazione civile di Gaza.
Mohammad Hannoun aveva già denunciato il blocco dei conti correnti dopo il suo inserimento nella blacklist del Dipartimento del Tesoro statunitense. Una misura politica, non giudiziaria, che ha di fatto strangolato l’attività dell’associazione. Oggi quella stessa condizione viene utilizzata come elemento accusatorio: prima il soffocamento economico, poi la repressione penale.
Durissima la reazione dei Giovani Palestinesi d’Italia (GPI) e dell’Unione Democratica Arabo-Palestinese (UDAP), che in una nota congiunta parlano apertamente di repressione politica: “Condanniamo con fermezza l’operazione repressiva che ha portato all’arresto di nove persone e al coinvolgimento di tre associazioni. Si tratta di un grave atto di criminalizzazione delle mobilitazioni e delle associazioni solidali con il popolo palestinese in Italia”. Secondo GPI e UDAP, quanto accaduto si inserisce in una strategia più ampia di intimidazione del dissenso: “Questi arresti confermano una preoccupante deriva repressiva e un uso politico dell’apparato giudiziario volto a colpire chi denuncia l’occupazione e i crimini commessi contro il popolo palestinese”.

Le due organizzazioni respingono con forza l’equiparazione tra resistenza e terrorismo: “La resistenza è un diritto legittimo dei popoli in lotta per la propria autodeterminazione ed è riconosciuta dal diritto internazionale. Rifiutiamo che venga arbitrariamente equiparata al terrorismo”. E concludono ribadendo l’impegno politico:
“La solidarietà con il popolo palestinese non è terrorismo. Continueremo la mobilitazione contro l’occupazione, il genocidio e la complicità dell’Italia”. Sulla stessa linea Potere al Popolo, che denuncia un’anomalia democratica senza precedenti, puntando il dito contro la collaborazione giudiziaria con Israele:
“È gravissimo che le accuse si fondino anche su documentazione trasmessa dallo Stato di Israele. Siamo di fronte a una mostruosità giuridica che trasforma in legge dello Stato italiano le misure repressive del regime israeliano”. E ancora: “Il sostegno al popolo palestinese non è terrorismo, ma difesa della libertà e dell’umanità. Questa repressione impone un pericoloso giro di vite da Stato di polizia”.
Anche la Rete dei Comunisti parla apertamente di attacco politico costruito nel tempo: “Non entriamo nel merito dell’inchiesta, ma rileviamo come questa operazione sia stata preparata da una campagna mediatica volta a costruire il nemico interno e a colpire il movimento di solidarietà con la Palestina”. Secondo la Rete dei Comunisti, la repressione arriva come risposta alle mobilitazioni di massa: “Dopo mesi di mobilitazioni contro il genocidio e le complicità del governo italiano, la magistratura e le istituzioni hanno scelto la via della repressione più dura per screditare quel movimento”.
Oggi pomeriggio a Milano tantissime persone si sono ritrovate in piazza Cavour. Sugli striscioni una scritta netta: “La solidarietà non è terrorismo”. Accanto alle bandiere palestinesi, quelle dei sindacati conflittuali e dei movimenti sociali. Dal presidio, Shukri Hroub dell’UDAP ha dichiarato: “Gli arresti si commentano da soli. Chi supporta i palestinesi sotto attacco diventa un bersaglio. Non si colpiscono reati, si colpiscono posizioni politiche”.
Parole che riassumono il clima che attraversa oggi l’Italia e l’Europa: mentre si reprimono i movimenti solidali, restano impuniti gli esponenti del governo israeliano responsabili del genocidio in corso a Gaza. Quello che sta accadendo non riguarda solo nove arresti. Riguarda la possibilità stessa di schierarsi, di organizzarsi, di dissentire. Riguarda la volontà di trasformare la solidarietà in reato e il conflitto politico in emergenza securitaria.
Ma la risposta che arriva dalle piazze e dalle associazioni è chiara e collettiva: non ci faremo intimidire.
Perché la solidarietà non è un crimine. E perché colpire chi sta con la Palestina significa colpire ogni spazio di libertà reale.
CICre
