Il leader del Cremlino ha anche evidenziato un altro aspetto poco discusso nei media occidentali: l’Europa, aumentando le proprie spese militari, finisce per sostenere indirettamente l’industria bellica statunitense. «I Paesi europei spenderanno il 5% del PIL in acquisti dagli Stati Uniti e nel sostegno al complesso militare-industriale americano
Mentre in Europa e all’interno della NATO cresce la corsa al riarmo, con budget militari che puntano a superare il 2% del PIL – e in alcuni casi a toccare il 5% – la Federazione Russa annuncia l’inizio di un percorso di riduzione della spesa militare. Un’inversione di rotta che mette in crisi la narrazione dominante in Occidente, quella che presenta il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin come una minaccia costante e crescente al confine dell’Unione Europea.
Lo stesso presidente russo, Vladimir Putin, oggi ha dichiarato in conferenza stampa a Minsk: «Sì, oggi abbiamo grandi spese per la difesa, il 6,3% del PIL. È molto, e rappresenta un problema per il bilancio. Ma stiamo lavorando per risolverlo con dignità». Secondo i dati ufficiali forniti da Mosca, si tratta di 13,5 trilioni di rubli, pari a circa 172 miliardi di dollari. Eppure, nonostante lo sforzo bellico ancora in corso in Ucraina, Putin ha assicurato che il governo russo ha intenzione di abbassare significativamente il budget militare nei prossimi anni.

Un segnale che stride fortemente con le scelte in atto nell’Europa della NATO. In Germania, in Polonia, nei Paesi baltici e perfino in Italia si moltiplicano gli annunci e i piani per aumentare gli investimenti nel settore militare. Il timore di un’aggressione russa viene sistematicamente agitato per giustificare questa escalation. Eppure, come sottolinea Putin, «sono loro ad aumentare la spesa militare, non noi. Allora chi si comporta in modo aggressivo?»
Il leader del Cremlino ha anche evidenziato un altro aspetto poco discusso nei media occidentali: l’Europa, aumentando le proprie spese militari, finisce per sostenere indirettamente l’industria bellica statunitense. «I Paesi europei spenderanno il 5% del PIL in acquisti dagli Stati Uniti e nel sostegno al complesso militare-industriale americano», ha dichiarato Putin.
La Russia, invece, pur nel pieno di una guerra che dura da oltre due anni, afferma di voler razionalizzare il proprio apparato difensivo, sia per ragioni economiche – il paese ha pagato con l’inflazione l’aumento delle spese belliche – sia per avviare, almeno nelle intenzioni ufficiali, una fase di stabilizzazione. La crescita del PIL russo nel 2024 è stata del 4,3%, ma, come ammesso dagli stessi vertici del Cremlino, è stata trainata in larga parte dalla spesa pubblica nel settore militare. Il rallentamento registrato nel primo trimestre (appena +1,4%) e l’inflazione al 9,5% hanno reso necessario un ripensamento.
Nel frattempo, Putin rilancia anche sul piano diplomatico: «Siamo pronti a tenere un nuovo round di negoziati con Kiev a Istanbul. Ci aspettiamo che il presidente Erdogan continui a sostenere questo processo». Un’apertura che – se confermata nei fatti – potrebbe indicare la volontà russa di uscire dal pantano bellico con un accordo, piuttosto che con un’escalation.
Infine, Putin ha aggiunto: «Stiamo pianificando di ridurre la spesa per la difesa. Pensiamo di farlo il prossimo anno e nei prossimi tre anni. Non c’è ancora un accordo definitivo tra il ministero della Difesa, il ministero delle Finanze e il ministero dello Sviluppo Economico, ma in generale tutti stanno pensando in questa direzione».
Alla luce di queste dichiarazioni e di questi numeri, si fa sempre più difficile sostenere la narrativa semplicistica del “Putin nemico alle porte”. La realtà geopolitica è più complessa, e richiede uno sguardo più lucido: mentre la Russia annuncia tagli alla spesa militare e propone negoziati, l’Europa sembra affrettarsi a riempire arsenali, a scapito del welfare e della stabilità sociale interna.
Ciro Crescentini

