La donna cannone

Riflessioni di Luca Musella

Ha superato i cinquant’anni, ma lo sguardo è quello di una bambina. Compra un pacco di pasta, poi però riflette che non ha il sugo. Esce e compra una lattina di pomodoro. Una scansione del tempo Zen, un infinito mandala dove fare e disfare, dove ogni utilità si liquefa. Così il suo uomo vuole un caffè e lei trascorre un’ora alla ricerca della monetina per comprarlo alla macchinetta del cinese di fronte.

Giornate che sembrano eterne e che, invece, durano un attimo. Dove il mistero dell’amore assume i connotati di una profonda accettazione di sé. Ed è esattamente quello il miracolo che mi commuove quando la incontro: quella capacità di amare con tenerezza e stupore, che molti di noi hanno smarrito nei mille rivoli di Ego deformi e malati.

Così ogni volta che vede il suo uomo gli si illumina lo sguardo, anche se non lo ha visto per due minuti: perché quello che ha è esattamente quello che sogna di avere, negli intervalli inventati di una quotidianità fatta di nulla.

Emilia è come un’erba selvatica, cresciuta senza radici e senza terra, piegata dalle mille intemperie della vita, eppure nel trauma, nel progressivo perdere lucidità e potenzialità di sopravvivenza, ha sviluppato quel buio nella mente, quella capacità di rompere ogni specchio, quella ingenua follia di non emettere giudizi contro sé stessa, che l’ha resa una eterna bambina. Grassottella, goffa, disfunzionale eppure viva.

Ed è quello che ha reso possibile ad Emilia di non soccombere al male, alla violenza, al sopruso che, come goccia cinese, ha scavato una trincea tra lei e il mondo, tra lei e lei.

Crescere in mezzo all’orrore non l’ha resa orribile ed è questo che la rende ai miei occhi come “la donna cannone” di De Gregori. Del resto a Napoli si dice che “se non muori, ti passa”, nel senso che da una catena di catastrofi si può uscire in due modi: vivi o morti, ma mai uguali a quello che si era prima.

La caduta costante di Emilia ha trovato un equilibrio nel suo amore sbandato: un pirata stanco, avanzo di ogni galera immaginabile, che arrivato a fine corsa trascorre la giornata guardando il viavai del quartiere. Emilia gli gira attorno, trattandolo come un principe ma, alla fine dei conti, è lei l’unica luce che lui ha su questa terra. Così la macabra danza del tempo, quell’ottuso scorrere delle nostre fatue azioni, si è come fermato per loro due. Un eterno presente, fatto di minuscole cose: il caffè dal cinese, il pacco di pasta, la lattina di pomodoro e le tante indifferenze che però non bruciano più nel loro destino.

Nessuna invalidità burocratica: ha perso il Reddito di Cittadinanza e, essendo occupabile, tornerà al suo circo di sempre. Il corpo, il corpo gonfio di Emilia come ultima chance di sopravvivenza. Poi, anche il suo uomo, appese le diavolerie del microcrimine al chiodo, campava del sussidio di Emilia, non potendone avere, essendo un pluripregiudicato. Lui è invecchiato e del pirata di un tempo conserva solo la velocità del suo sguardo azzurro cielo. Così ad Emilia non rimane che tornare a vendere quel poco che resta di sé, in un mercato del sesso che ad ogni offerta trova domande.

Storie di periferie abbandonate, di decenni di delocalizzazione-privatizzazione-globalizzazione. Di assenza di Welfare, di supporto psicologico, di scuola. Un pantano dove la criminale avidità di una classe dirigente ignorante, ingorda e corrotta ha desertificato ogni potenzialità produttiva. Così grazie a quei politici che, nonostante il cannibalismo imperante, hanno presentato una proposta di Legge Regionale (MIR) per sostenere questi destini.

Fa onore anche la vostra sconfitta, rispetto allo squallore di una casta feudale e crudele, incapace di assolvere al proprio compito primario: di rimuovere gli ostacoli che impediscono un pieno sviluppo umano. Una decenza umana, da contrapporre allo stigma fascista del fannullone, che è utile solo a scaricare sulla fragilità la colpa stessa della vita.

Luca Musella

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