Il piano, approvato dal ministro della Difesa Israel Katz, prevede lo sgombero forzato di circa un milione di civili verso sud — persone già stremate da mesi di bombardamenti, fame e assedio – e la costruzione di 3400 case per i coloni ebrei
Con la definitiva approvazione del maxi-insediamento E1 a est di Gerusalemme, il governo israeliano compie un atto che molti osservatori definiscono senza mezzi termini: un sabotaggio deliberato e strutturale della nascita di uno Stato palestinese. Non si tratta di una semplice espansione edilizia: è una manovra geopolitica pensata per frantumare la Cisgiordania, separandone fisicamente il nord e il sud e rendendo impossibile la continuità territoriale di un futuro Stato palestinese.
A rivendicarlo, con toni trionfali, è Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze e figura leader dell’estrema destra israeliana: “Lo Stato palestinese non esiste più nemmeno sul tavolo delle trattative. Ogni unità abitativa costruita è un colpo di martello sulla bara di questa pericolosa illusione”. Le 3400 nuove case per i coloni ebrei rappresentano, secondo le Nazioni Unite, una grave violazione del diritto internazionale. Per Israele, invece, sono un messaggio chiaro: il controllo totale sui territori occupati è la vera strategia, non la convivenza.
L’apartheid che avanza
Mentre il governo Netanyahu si radicalizza, si afferma sempre più una realtà che molti ormai chiamano con il suo nome: apartheid. La denuncia non viene solo dalla parte palestinese, ma da organizzazioni israeliane come Peace Now, che accusano apertamente l’esecutivo di voler impedire qualsiasi soluzione politica e di costruire invece un regime di dominazione permanente su milioni di palestinesi privati di diritti civili, politici e libertà di movimento.
“L’obiettivo non è la sicurezza. È l’annessione di fatto. È il controllo etnico del territorio”, accusano gli attivisti. E a poco valgono le condanne internazionali, dall’Unione Europea alla Gran Bretagna, che denunciano l’illegalità degli insediamenti e la sistematica demolizione di case palestinesi, sfratti, confische e trasferimenti forzati.
Gaza: un’altra offensiva, un altro esodo
Intanto, a Gaza si prepara un nuovo disastro. Netanyahu ha ordinato l’estensione dell’offensiva su Gaza City e nei campi profughi limitrofi, definiti “le ultime roccaforti di Hamas”. Il piano, approvato dal ministro della Difesa Israel Katz, prevede lo sgombero forzato di circa un milione di civili verso sud — persone già stremate da mesi di bombardamenti, fame e assedio.
A supporto dell’operazione, sono stati richiamati 60 mila riservisti. Israele punta al controllo totale del territorio, mentre si aspetta la risposta ufficiale alla proposta di una tregua di 60 giorni, accettata da Hamas in cambio del rilascio parziale degli ostaggi. Invece della diplomazia, però, sembra prevalere la linea dura dell’annientamento totale.
A Khan Yunis, l’IDF ha respinto un attacco delle Brigate al-Qassam, che parlano di perdite inflitte all’esercito israeliano. È il più grande scontro diretto da mesi, e segna una nuova escalation che rischia di travolgere l’intera regione.
Macron: “Una guerra permanente”
Il presidente francese Emmanuel Macron ha lanciato un duro avvertimento: “Una nuova operazione militare non potrà che portare a un disastro permanente per israeliani e palestinesi”. Macron propone un cessate il fuoco immediato, il rilascio degli ostaggi, il disarmo di Hamas e l’invio di una forza internazionale di stabilizzazione. Ma Netanyahu, già ai ferri corti con Parigi per il riconoscimento dello Stato palestinese, lo accusa addirittura di “alimentare l’antisemitismo”.
La protezione americana e l’attacco alla giustizia internazionale
A garantire l’impunità politica di Israele restano gli Stati Uniti, dove Donald Trump definisce Netanyahu “un eroe di guerra” e attacca la Corte Penale Internazionale per il mandato di arresto emesso contro il premier e l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra.
Il Dipartimento di Stato ha imposto sanzioni contro quattro giudici della Corte, accusata di essere uno “strumento di guerra legale” contro gli USA e i loro alleati. Una mossa che mina profondamente il principio di giustizia internazionale, secondo la stessa CPI, che ha promesso di “continuare a svolgere il proprio mandato senza farsi intimidire”.
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