Riceviamo e pubblichiamo integralmente una riflessione del Prof Giovanni Di Trapani
La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, iniziata il 28 febbraio 2026, ha già cambiato gli equilibri del Medio Oriente. In poche ore sono stati colpiti centri di comando, infrastrutture militari e siti strategici iraniani. Diverse fonti internazionali, tra cui Reuters, hanno riportato la morte della Guida suprema Ali Khamenei nelle prime fasi dell’offensiva, insieme ad altri esponenti chiave dell’apparato di sicurezza. È un fatto che apre un vuoto di potere in uno dei Paesi più delicati dello scacchiere globale.
Ma cosa sta realmente succedendo? E soprattutto: siamo davanti a una guerra breve o all’inizio di una crisi più ampia? Nei primi giorni l’operazione ha avuto le caratteristiche di una campagna militare mirata: colpire rapidamente i nodi decisionali e le capacità missilistiche iraniane. L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ha confermato danni a siti nucleari sotto monitoraggio, tra cui Natanz. Parallelamente, però, il conflitto ha già superato i confini iraniani. Israele ha intensificato le operazioni contro Hezbollah in Libano dopo attacchi missilistici su Haifa, segnando un chiaro allargamento del fronte (The Guardian, Washington Post).
Il punto più delicato resta lo Stretto di Hormuz.
L’Iran ha minacciato di colpire la navigazione nell’area e alcune compagnie energetiche hanno sospeso o ridotto i transiti in via precauzionale (Reuters). Anche senza una chiusura formale, basta l’aumento del rischio per far salire i prezzi del petrolio e mettere sotto pressione l’economia globale. El País ha già parlato di tensioni significative sui mercati energetici. Gli scenari possibili sono quattro.
Il primo è una guerra breve, con obiettivi limitati: indebolire le capacità iraniane e poi ridurre l’intensità delle operazioni. Perché ciò avvenga, però, è necessario che il conflitto non si allarghi ulteriormente e che Hormuz resti operativo. Il secondo scenario è la regionalizzazione: Hezbollah, milizie affiliate e altri attori potrebbero moltiplicare i fronti, trasformando lo scontro in una guerra per procura diffusa nel Levante e nel Golfo.
Il terzo è lo shock energetico. Se il traffico nello Stretto di Hormuz subisse interruzioni prolungate, l’impatto economico diventerebbe il vero campo di battaglia, con effetti su inflazione, crescita e stabilità politica in Europa.
Il quarto riguarda l’interno dell’Iran. La morte della leadership può generare frammentazione oppure un irrigidimento del sistema. Le proteste precedenti non si trasformano automaticamente in rivoluzione sotto le bombe: molto dipenderà dalla tenuta delle forze di sicurezza e dalla capacità del regime di riorganizzarsi.
Per capire dove stiamo andando, alcuni segnali saranno decisivi: la continuità delle comunicazioni ufficiali iraniane; la capacità di risposta coordinata nel tempo; l’andamento reale dei transiti a Hormuz; l’intensità del fronte libanese; l’evoluzione dei prezzi del petrolio; eventuali incidenti che coinvolgano direttamente altri Paesi del Golfo; la postura diplomatica delle grandi potenze.
E l’Europa? È qui che la crisi diventa concreta. L’Unione Europea dipende in misura rilevante dalle rotte energetiche mediorientali. Anche senza una chiusura totale di Hormuz, l’aumento dei premi assicurativi e la deviazione delle rotte possono incidere sui costi industriali e sulla logistica.
Per l’Italia il tema è duplice: energia e Mediterraneo. Come Paese importatore e come snodo marittimo centrale, Roma è esposta alle oscillazioni dei prezzi e alle tensioni sulle catene di approvvigionamento. A ciò si aggiunge la possibile instabilità nel Mediterraneo orientale, con effetti indiretti anche sui flussi migratori e sulla sicurezza navale.
L’idea che l’Iran possa “cessare di esistere” nel giro di poche settimane appare oggi più una semplificazione retorica che una previsione fondata. La storia recente insegna che la superiorità militare non coincide automaticamente con l’esito politico. Le guerre moderne si chiudono quando i costi – economici, strategici e interni – superano i benefici.
Il vero interrogativo non è quante bombe cadranno, ma quanto durerà la pressione su mercati, alleanze e società civili. È lì che si decide se resteremo davanti a una guerra regionale o se entreremo in una crisi globale.
Giovanni Di Trapani
