Leader spirituale o stratega della giustizia globale? Il mondo non allineato lo piange con rispetto autentico
La scomparsa di Papa Francesco ha suscitato un’ondata di reazioni a livello mondiale, accomunate da un forte rispetto per il suo impegno spirituale e politico, in particolare nel denunciare le ingiustizie globali e la guerra a Gaza. Ma sono soprattutto i leader dei Paesi che storicamente si oppongono all’imperialismo e al sionismo ad aver voluto onorare la sua memoria con parole cariche di significato politico.
Il presidente dell’Iran, Masoud Pezeshkian, ha indirizzato un messaggio di cordoglio ai cattolici di tutto il mondo, lodando il pontefice per le sue “posizioni umanitarie” e per la “condanna della guerra genocida del regime israeliano a Gaza”. Parole forti, che confermano come Francesco fosse visto anche in Teheran come una voce fuori dal coro, capace di schierarsi apertamente contro i crimini commessi contro il popolo palestinese. “Onoro il suo nome e la sua memoria – ha scritto Pezeshkian – e chiedo a Dio Onnipotente di concedere all’anima di quel leader religioso la pace eterna”.
Sulla stessa linea, Bassem Naim, membro dell’ufficio politico di Hamas, ha ricordato Papa Francesco come un “fermo difensore dei diritti legittimi del popolo palestinese”, sottolineando il suo ruolo di denuncia nei confronti della violenza a Gaza.
Dal Sud America, il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha espresso il suo “profondo dolore” per la morte del pontefice, che ha definito “un amico sincero” e “un pastore del mondo”. Secondo il leader bolivariano, Francesco è stato un “fratello del Sud” che ha sfidato l’ordine dominante con il coraggio del Vangelo, denunciando disuguaglianze e chiedendo giustizia per i più poveri.
Anche dalla Russia sono arrivate parole di rispetto. Il presidente Vladimir Putin ha descritto Papa Francesco come “un uomo che aveva un atteggiamento molto positivo verso la Russia”, ricordando i loro incontri e i rapporti mantenuti negli anni. “Ce lo ricorderemo“, ha detto il capo del Cremlino.
Le reazioni alla morte del Pontefice mettono in luce la sua singolare capacità di parlare a mondi molto diversi, unendo sensibilità religiose, tensioni geopolitiche e ideali di giustizia sociale. Ma è proprio questa voce, capace di disturbare i potenti e schierarsi con gli ultimi, a rendere il suo silenzio definitivo tanto più assordante.
a sua è stata una figura anticonformista, progressista, profondamente autentica. A differenza di molti suoi predecessori, Jorge Mario Bergoglio ha rifiutato i simboli del potere ecclesiastico: si spostava in autobus, viveva in un appartamento semplice, cucinava da solo. La scelta del nome – Francesco, mai adottato prima da un papa – fu un chiaro omaggio a Francesco d’Assisi, simbolo di povertà, umiltà e amore per gli ultimi.
Nato nel barrio popolare di Flores, a Buenos Aires, da famiglia di origini piemontesi e liguri, lavorò in gioventù in una fabbrica di calzini e persino come buttafuori in un locale malfamato di Córdoba, prima di intraprendere il cammino ecclesiastico. Il suo legame con la Teologia della Liberazione, la corrente rivoluzionaria della Chiesa nata negli anni ’60 per rispondere alla povertà e all’oppressione in America Latina, fu profondo e dialettico. Criticato per una presunta ambiguità durante la dittatura argentina, la verità storica parla di un uomo che, a rischio della propria vita, salvò centinaia di militanti perseguitati dal regime.
Durante il suo pontificato, Francesco costruì un ponte tra il Vaticano e i governi socialisti dell’America Latina: visitò Fidel Castro a Cuba nel 2015, elogiando il modello sociale dell’isola, ma rifiutò sempre di tornare nella sua Argentina finché al potere vi furono governi neoliberali come quello di Macri e, più recentemente, di Javier Milei. Fu vicino a Evo Morales, a Nicolás Maduro, alla Bolivia e al Venezuela, prendendo posizione contro ogni tentativo di destabilizzazione esterna. E ancora: fu artefice di una storica normalizzazione dei rapporti tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese.
Alma

