Dall’orientamento scolastico emerge un’Italia divisa: chi ha genitori laureati guarda lontano, gli altri puntano al lavoro subito
In Italia la scelta della scuola superiore continua a essere uno snodo decisivo che pesa sull’intero futuro di uno studente. Nonostante si parli da anni di pari opportunità e orientamento personalizzato, i dati mostrano che l’accesso ai diversi percorsi formativi non dipende solo da capacità, interessi o aspirazioni individuali. A incidere in modo determinante è ancora il livello di istruzione dei genitori.
La ricerca condotta dall’ Osservatorio sull’Orientamento Scolastico di Skuola.net su oltre mille studenti di terza media, conferma che il titolo di studio di mamma e papà orienta aspettative, ambizioni e scelte concrete: chi cresce in famiglie più istruite guarda più lontano e sceglie percorsi che mantengono aperte più possibilità, mentre chi proviene da contesti meno scolarizzati tende a privilegiare soluzioni percepite come più “sicure” e immediate. Il risultato è una riproduzione delle disuguaglianze educative che inizia già a 13 anni.
C’è un momento, tra la fine della seconda e l’inizio della terza media, in cui tutto sembra possibile. È il momento delle domande sul futuro, dei test di orientamento, delle chiacchierate in famiglia davanti al tavolo della cucina. In teoria, dovrebbe essere l’età in cui contano i sogni: ciò che piace, ciò che riesce meglio, ciò che accende la curiosità. In pratica, però, il futuro entra spesso in casa già con una forma precisa, ereditata.
I figli dei laureati, anche quando rivendicano autonomia, crescono immersi in un orizzonte che dà per scontata la continuità degli studi. Il liceo non è una scommessa, ma una tappa naturale. L’università non è un’incognita, bensì un’opzione concreta, prevista, quasi inevitabile. Non sorprende, quindi, che proprio in queste famiglie il peso dei genitori sulla scelta sia percepito come più forte: non come imposizione, ma come guida costante, fatta di consigli, esempi, aspettative.
Altrove, il clima cambia. Nelle famiglie con un livello di istruzione più basso, i ragazzi si sentono spesso più liberi di decidere — o più esposti, senza una bussola chiara. Qui il futuro è pensato in termini di stabilità immediata: un diploma che “serva”, che permetta di entrare presto nel mondo del lavoro, che riduca i rischi. Non è mancanza di ambizione, ma una diversa idea di sicurezza, maturata in contesti dove il tempo lungo dello studio appare un lusso.
Questa distanza si riflette anche nei pregiudizi che resistono. Dove la scuola è stata vissuta come opportunità, le etichette pesano meno: licei, tecnici e professionali vengono visti come strade diverse, non come scale di valore. Dove invece la scuola è stata più faticosa o meno centrale, riaffiora l’idea che il liceo sia “per i bravi” e gli altri percorsi per chi resta indietro. Un confine invisibile che continua a orientare le scelte, spesso prima ancora dei voti.
Eppure, paradossalmente, proprio mentre cresce la consapevolezza che la qualità dipenda dalle singole scuole e non dai nomi, aumenta lo scetticismo verso il liceo tra chi ne è storicamente rimasto ai margini. Per alcuni è un’istituzione che sembra distante, astratta, persino superata. Per altri resta invece il simbolo di un futuro aperto, non immediato ma possibile.
Così, anno dopo anno, l’ascensore sociale resta fermo. Non perché i ragazzi non abbiano talento o desideri, ma perché le scelte cruciali vengono fatte troppo presto e troppo spesso all’interno di confini già tracciati. E a tredici anni, più che scegliere una scuola, molti finiscono per scegliere — o ereditare — una traiettoria di vita.
CiCre
