La Procura indaga sulle espressioni contenute in un opuscolo propagandistico sulla lotta armata
A 48 anni dai fatti di cascina Spiotta, in provincia di Alessandria, dove nel 1975 morirono in un conflitto a fuoco la militante brigatista Mara Cagol e un appuntato dei carabinieri, Giovanni D’Alfonso, emerge una notizia alquanto singolare: è stato inserito nel registro degli indagati dalla Procura di Torino, Renato Curcio, 81 anni, uno dei fondatori delle Brigate Rosse e marito di Margherita Cagol.
La notizia, anticipata oggi dalla Gazzetta di Reggio e dal Messaggero, è stata confermata all’agenzia Ansa da ambienti investigativi.
Curcio è stato interrogato a Roma alla presenza del suo avvocato difensore Vainer Burani. Le indagini, svolte dai carabinieri del Ros, sono state aperte dopo un esposto di Bruno D’Alfonso, figlio del militare ucciso.
Curcio, secondo quanto appreso dall’agenzia stampa, ha risposto a tutte le domande dei magistrati e ha negato il suo coinvolgimento nell’omicidio del carabiniere Giovanni D’Alfonso. Curcio, secondo quanto si apprende, era stato convocato come testimone assistito ma a pochi giorni dall’interrogatorio è diventato indagato per concorso nell’omicidio dell’appuntato.
Non solo: il fondatore delle Brigate Rosse ha anche chiesto agli inquirenti di chiarire le circostanze della morte della moglie, che in quel periodo era latitante dopo l’evasione dal carcere di Casale Monferrato.
In occasione della sparatoria alla cascina Spiotta, avvenuta il 5 giugno 1975, morirono appunto Cagol e il carabiniere Giovanni D’Alfonso. Un’altro carabiniere rimase ferito nello sconto a fuoco e un brigatista riuscì a sfuggire.
Nella cascina i brigatisti tenevano in ostaggio l’imprenditore piemontese Vittorio Vallarino Gancia, catturato il 4 giugno dia un commando delle Br. Il caso è stato riaperto dopo un esposto di Bruno D’Alfonso proprio per accertare l’identità del secondo brigatista sul posto.
Curcio nel suo interrogatorio ha fatto riferimento in particolare all’autopsia della moglie, da cui risulta che sia stata trafitta da un proiettile sotto l’ascella: elemento che dimostrerebbe secondo Curcio come in quel momento si fosse già arresa e avesse le mani alzate.
“Ho fatto presente ai magistrati che mi hanno interrogato, consegnando loro anche una memoria scritta, la mia totale estraneità sia alla decisione di effettuare il sequestro di Vallarino Gancia, sia a tutto ciò che lo ha riguardato“, ha fatto sapere Curcio tramite il suo legale. Poi ha sottolineato che “restano senza risposta due domande” sulla morte della moglie Mara Cagol: “Chi realmente ha premuto il grilletto? Era necessario? Non ho voluto fino a oggi sollevare queste tristissime domande, né l’avrei fatto se questa strana comunicazione che mi è stata notificata il 14 febbraio del 2023 in cui leggo di ‘essere indagato’ non me le avesse strappate dal cuore riportandole – è sbottato Curcio – in qualche modo allo scoperto“.
Nell’inchiesta sulla sparatoria ci sono delle espressioni contenute in un opuscolo propagandistico sequestrato nell’ottobre del 1975 nella contestazione mossa dalla procura di Torino a Curcio. L’opuscolo, secondo quanto si apprende, è intitolato ‘Lotta armata per il comunismo’. In particolare gli investigatori si sono interessati a un paio di indicazioni ai militanti: “se il nemico vi avvista, sganciatevi” e se questo non è possibile “rompete l’accerchiamento sparando”. A Curcio la procura attribuisce un ‘ruolo apicale’ nelle Brigate Rosse e, quindi, di avere deciso e organizzato il sequestro dell’imprenditore piemontese Vittorio Vallarino Gancia, rinchiuso alla cascina Spiotta dove il 5 giugno 1975 avvenne lo scontro a fuoco.
Curcio però ha ricordato che nei mesi precedenti, a seguito della sua evasione dal carcere di Casale Monferrato del 18 febbraio 1975, viveva nascosto e aveva pochissimi contatti con l’esterno.
“Una anomalia assoluta”. Così l’avvocato Vainer Burani, il legale di Renato Curcio, commenta l’iscrizione del nome del fondatore delle Br nel registro degli indagati da parte della procura di Torino. Altri ex brigatisti sono stati interrogati come persone informate sui fatti o testimoni assistiti.
“Naturalmente – commenta Burani – non è sbagliato cercare di chiarire cosa successe allora. Ma a distanza di 48 anni un’indagine è problematica di per sé, e questo mi sembra il modo peggiore di ricostruire una vicenda così lontana nel tempo. Attribuire a Curcio un ruolo diretto o indiretto su queste basi è una forzatura priva di logica giuridica“.
