Hasta siempre Diego, hai riempito di gioia la mia vita

In un mondo dove la finzione tende ad imporsi ogni giorno di più come “realtà”, anche la morale inevitabilmente diventa prigioniera di questo corto circuito

Sei stato il mio super-eroe per tutta l’infanzia; crescendo, ti ho venerato come il dio del calcio: grazie per le infinite gioie regalatemi… Hasta siempre, Diego!

   Ho sempre pensato che vivere a Buenos Aires per un napoletano come me che ha avuto la fortuna di essere testimone dell’epopea del Napoli di Diego Armando Maradona, del Dioniso del Pallone, come l’avrebbe chiamato Nietzsche, fosse una gran privilegio: poter visitare i luoghi dove è cresciuto e ha fatto la storia uno dei tuoi eroi non è cosa da tutti i giorni. Da bambino ho visto una sola volta dal vivo El D10S, e fu ad un allenamento allo Stadio “Diego Armando Maradona”, pardon: è ancora il “San Paolo”. Fu grazie a ‘on Vincienz’, il papa del mio amico Giuseppe, che un giorno di primavera ci accompagnò a vedere un allenamento a porte aperte nel tempio del calcio della nostra città. Fu una delle esperienze più emozionanti della mia infanzia: non la dimenticherò mai.

   Quella è stata l’unica occasione in cui l’ho visto giocare dal vivo. Da allora sono passati più di trent’anni, ma la speranza di poterlo rivedere non mi ha mai abbandonato e quando, circa quattro anni fa,  mi sono trasferito in Argentina, nella sua (nostra) amata Buenos Aires, quella speranza si è rafforzata. Di fatto, ero nella sua città, qui ha tutta la sua famiglia, gli amici più cari; è vero, non l’avrei più visto danzale con un pallone, ma sicuramente, prima o poi, sarebbe approdato su una panchina argentina, magari a quella dell’Argentinos Juniors che proprio lui mi ha insegnato ad amare e che dopo il Napoli è diventato l’altro mio grande amore calcistico.

   E così è iniziata una lunga attesa: Diego allenava in Messico, era venerato anche lì, pagato bene, era difficile che potesse tornare in Argentina. Ma poi è tornato: nel settembre 2019 Maradona decide di accettare l’offerta del Gimnasia La Plata. Adesso bisognava solo procurarsi i biglietti per andare a vedere una partita del suo nuovo club. Ma far coincidere i miei orari di lavoro con quelli delle partite della sua squadra si è rivelato un ostacolo insormontabile, e così, sebbene a malincuore, ho dovuto rinviare il mio appuntamento con Diego al prossimo anno.

   Ma il nuovo anno si chiamava 2020: tutti sappiamo come è iniziato e come si sta concludendo. In Argentina, i “fenomeni” al governo, già a marzo, ovvero quando qua era ancora estate, hanno decretato una folle e suicida quarantena obbligatoria che, ovviamente, ha coinvolto tutti, anche il calcio professionistico. Questi stessi “strateghi” ci avevano rassicurato che non sarebbe durata più di un mese: giusto il tempo di organizzarsi sul sanitario. Ovviamente, anch’io, come il 74% degli Argentini, al principio mi sono fidato delle parole del presidente Fernandez, per cui mi sono detto: «Totò, hai aspettato trent’anni, più aspettare un altro mese». Peccato che da uno siamo passati a 8 mesi e più di quarantena. È vero, oggi la situazione è molto diversa dal primo mese, ma alcune restrizioni, come il divieto ad assistere a manifestazioni sportive, sono ancora vigenti. Per cui, già a settembre mi ero rassegnato all’idea che per rivedere il mio dio vivente avrei dovuto aspettare il 2021.

   Ma poi c’è stato il ricovero improvviso di Diego e l’operazione al cervello del 4 novembre. Non era la prima volta che el Pibe de Oro veniva sottoposto ad un intervento urgente, e come per le precedenti ero sicurissimo che si sarebbe fatto beffe della morte ancora una volta. E così è stato, o meglio, così abbiamo creduto tutti. In realtà, Maradona aveva solo rinviato di qualche settimana la sua dipartita da noi comuni mortali.

  Mercoledì 25 novembre, come sempre quando lavoro al computer la mattina, ascoltavo Radio Concepto. Ad un certo punto  mi sono accorto che Crack Deportivo, il programma calcistico delle 13:00 che sono solito seguire, tardava ad iniziare. Non so perché, ma l’istinto del cronista mi ha spinto a pensare subito ad una super-notizia. Poco istanti dopo ha iniziato a parlare il conduttore,  e allora la mia sensazione ha trovato conferma: con una voce funerea, distrutta, Damian Rancez annunciava a suoi ascoltatori la morte di Diego Armando Maradona.

   È stato come un cazzotto allo stomaco: il mio labbro inferiore ha iniziato a tremare proprio come quello di un bambino che vuole trattenere le lacrime ma non ci riesce. Credo di non essere riuscito a resistere nemmeno 10 secondi: le lacrime scendevano copiose, mentre davanti ai miei occhi rivedevo l’immagine del mio eroe che piano piano sfocava. Credo di aver pianto in silenzio  per almeno cinque minuti. Ripresomi dal dolore, ho comunicato la notizia al mio amico e direttore Ciro;    poi, è stato un continuo passare da una radio all’altra, da un sito web all’altro, nella speranza di una smentita. Ma la smentita non c’è stata, anzi, ad ogni minuto che passava, la notizia veniva arricchita da maggiori dettagli relativi alle cause, al luogo del decesso. Non c’era speranza: Maradona ci aveva lasciati, e questa volta per sempre.

    Verso le 15:00 ho pensato di uscire a fare due passi: avevo bisogno di scrollarmi quel torpore in cui ero caduto a seguito della triste notizia. Ma appena uscito in strada mi sono reso conto che la stessa sensazione avvolgeva la stragrande maggioranza dei portegni. Di solito gli abitanti di Buenos Aires sono chiassosi come noi napoletani, nel senso che parlano ad alta voce, gesticolano, ecc.. Ma quel pomeriggio Caballito, il barrio dove vivo, era dominato da un silenzio totale, interrotto solo dai clacson e dal rumore dei motori. Ho passeggiato per un paio d’ore, scambiato qualche chiacchiera con il mio amico Paolo, anche lui napoletano, e come me con la tristezza negli occhi.

  Quindi, sono tornato a casa, perché nel tardo pomeriggio avevo una lezione virtuale con i miei studenti. Ma nemmeno il lavoro mi ha aiutato a distrarmi. Credo che sia stata una delle rare occasioni in cui non vedevo l’ora di finire la mia classe. Non riuscivo a concentrarmi: volevo accendere la radio per sapere dove sarebbe stata allestita la camera ardente, ma ovviamente non potevo. Le tre ore di lezione sono sembrate eterne. Appena terminata la classe virtuale, ho acceso la radio per sapere cosa avesse deciso la famiglia: i parenti avevano optato per una camera ardente nella Casa Rosada, il palazzo del governo nazionale. Chi avesse voluto salutare Maradona per un’ultima volta, avrebbe potuto farlo a partire dalle 6:00 del mattino di giovedì 26 novembre fino alle 16:00 dello stesso giorno. Bene, quello che volevo sapere, adesso lo sapevo; quindi, ho messo la sveglia per le 7:30, ho preparato la sciarpa del Napoli, mi sono fatto una doccia e sono andato a dormire: la giornata era stata particolarmente faticosa, soprattutto sul piano emotivo e avevo bisogno di recuperare le energie fisiche e mentali per affrontare le forte emozioni che avrei vissuto anche il giorno successivo.

   Come programmato, giovedì mattina la sveglia è suonata puntuale. Mi sono alzato frastornato e ancora incredulo; ho acceso la radio sperando ancora in una smentita, ma la voce della giornalista in diretta da Plaza de Mayo mi ha subito riportato alla triste realtà: già da più di un’ora era iniziato l’omaggio dei fedeli al dio del calcio. Così ho fatto la barba velocemente, ho preso due caffè veloci e sono uscito. Alle 9:30 ero già all’incrocio tra la 9 de Julio e Avenida de Mayo diretto verso la Casa Rosada. Come avevo previsto: non c’era ancora molta gente e la fila iniziava alla fine della grande via, ovvero già quasi in prossimità della piazza.

  Durante le due ore di fila ho assistito a momenti davvero emozionanti: continui cori inneggianti a Diego, foto di gruppo tra tifosi di club rivalissimi (ho visto piangere abbracciati tifosi del Boca e del River, del San Lorenzo e dell’ Huracán, del Racing e dell’ Independiente, dell’ Estudiantes e del Gimnasia). Mentre partecipavo a questa immensa festa, ho ricordato tutte le gioie che Diego mi aveva regalato, ma soprattutto ho pensato all’unicità di quest’uomo che con le sue gesta sportive è riuscito ad unire i cuori di un intero popolo.

   Quando finalmente sono arrivato alla fine della fila e mi accingevo a dare il mio ultimo saluto a Maradona, al Dioniso del Calcio, il labbro ha iniziato a tremare di nuovo, gli occhi mi si sono riempite di lacrime, camminavo per il corridoio della Casa Rosata senza distinguere i volti del personale, della sicurezza,  delle autorità: mi si era annebbiata la vista. Appena arrivato al feretro, però, mi sono ripreso: allora mi sono avvicinato alla transenna, l’ho guardato un attimo, poi ho baciato la sciarpa bagnandola con le mie lacrime, e l’ho poggiata sul pavimento accanto agli altri doni offertigli dalla sua gente. Quindi, l’ho guardato un’ultima volta e sono uscito, senza più voltarmi.

   In questi giorni si è detto molto su Diego Armando Maradona, e si continuerà a farlo, ne sono sicuro. In un mondo dove la finzione tende ad imporsi ogni giorno di più come “realtà”, anche la morale inevitabilmente diventa prigioniera di questo corto circuito. Tuttavia, non alcuna intenzione di sprecare parole per convincere chi ancora si ostina a condannarlo per le sue debolezze, cercando di imporre una narrazione bigotta della vita del Pibe de Oro, del Dioniso del Pallone, fondata su un insensato dualismo tra campione e uomo.   A questi omuncoli incapaci di cogliere il dionisiaco incarnato da questo eroe dei nostri tempi, a questi insignificanti personaggi consumati dal risentimento, riporto le parole di un altro grande d’Argentina, Roberto Fontanarrosa: la verità è che non mi importa ciò che Diego ha fatto con la sua vita, mi importa ciò che ha fatto con la mia… e la mia l’ha riempita di una gioia immortale.

Antonio Sparano

Ricercatore Università Buenos Aires

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