Riceviamo e pubblichiamo integralmente una riflessione del Prof Giovanni Di Trapani
Sembra solo un gioco. Ventidue uomini che corrono dietro a un pallone, un arbitro che fischia, una folla che urla. Eppure, ogni domenica (e sempre più spesso ogni giorno della settimana), milioni di persone si fermano per osservarlo, viverlo, idolatrarlo. Perché? Cosa accade, esattamente, dentro e fuori da quei novanta minuti, che spinge un intero “popolo” a fermarsi davanti a uno stadio, a una radio, a un televisore o a uno smartphone? Forse perché, dietro il fischio d’inizio, si cela qualcosa di molto più profondo: una memoria ancestrale, un bisogno tribale che nemmeno il progresso ha saputo cancellare.
Desmond Morris, zoologo e autore del sorprendente La tribù del calcio, ha osato dire l’indicibile: il calcio non è solo sport, è pseudocaccia. È il travestimento moderno di un istinto antico quanto l’umanità. Il calciatore – secondo Morris – è il cacciatore, il pallone è la sua lancia, la porta è la preda. La squadra è la tribù, e lo stadio è la nostra foresta rituale. Ogni tiro, ogni dribbling, ogni esultanza non è che il riflesso di un gesto millenario, un eco del fuoco acceso nella notte per festeggiare la sopravvivenza. In un’epoca che ci ha resi iperconnessi ma disorientati, questo ritorno simbolico alla “caccia” ci offre una bussola invisibile: ci fa sentire vivi, uniti, potenti.
E così il gol – quell’istante brevissimo in cui il mondo si sospende e poi esplode – diventa l’atto magico che consacra la vittoria del branco. Il tifoso, nel suo esultare, non applaude solo il gesto tecnico: celebra un’identità, un’appartenenza, un sogno. Forse è per questo che il calcio riesce a fondere in uno stesso grido uomini e donne di ogni latitudine, bambini e anziani, credenti e laici, operai e intellettuali. Perché parla un linguaggio che tutti conosciamo, anche se nessuno ce lo ha mai insegnato.
Il calcio è pieno di magia. Di superstizioni, rituali, miti. Di campioni che sembrano semidei – da Pelé a Maradona, da Baggio a Messi – capaci di incarnare tanto l’epica quanto la caduta. I loro gesti diventano liturgia, i loro errori tragedia greca. Ogni squadra ha un totem: una maglia, un animale, un simbolo sacro. Non è un caso che i loghi si portino “sul cuore”, e che ogni gol venga celebrato con riti sempre più codificati – Morris ne ha contati 28 diversi. Come in ogni religione, anche qui il mistero si manifesta nei dettagli: lo “spirito della maglia”, la “zona Cesarini”, il “gol della domenica”, gli oggetti volanti sopra Firenze nel 1954, o il piccolo Mauricio Baldivieso che a 12 anni esordisce tra i professionisti, diventando subito leggenda.
Tutto questo ci dice una cosa chiara: in un mondo che ha smesso di credere nei miracoli, il calcio è l’ultimo luogo in cui il miracolo può ancora accadere. Dove si può passare, in un secondo, dalla tragedia all’estasi. Dove anche una sconfitta racconta una storia. Dove l’identità non si compra, si tramanda. Perché, alla fine, non si tifa per una squadra: si tifa per un’idea di sé stessi.
Forse la risposta più semplice è anche la più vertiginosa: amiamo il calcio perché, guardandolo, riconosciamo noi stessi. In quel campo verde, delimitato da linee bianche, c’è l’arena dei nostri sogni e delle nostre paure. C’è l’eroe che vorremmo essere, l’errore che temiamo, la gloria che inseguiamo, la tribù da cui non vogliamo sentirci esclusi. E se oggi il gioco è sempre più globale, tecnologico, trasformato in show business, resta comunque un rito. L’ultimo forse, che ci rende ancora umani.
Alla fine della partita, quando le luci dello stadio si spengono e le voci si affievoliscono, ci resta dentro qualcosa di strano. Un’eco. Un vuoto pieno. Come se, per un’ora e mezza, fossimo stati parte di un racconto antico, e ora fossimo chiamati a tornare al presente. Ma un presente un po’ diverso, un po’ più nostro. Perché, finché esisterà un pallone che rotola, sapremo sempre dove trovare il nostro centro.
Giovanni Di Trapani
