Senza sciopero, senza presidi: i due sindacati si limitano a raccolte fondi, lasciando sola la Cgil nella lotta contro il massacro.
Mentre a Gaza si consuma una tragedia umanitaria senza precedenti, con bombardamenti incessanti e un’intera popolazione civile sotto assedio, due delle principali sigle sindacali italiane — Cisl e Uil — scelgono ancora una volta la via della neutralità imbellettata, rifugiandosi in iniziative caritatevoli e raccoglitori di fondi, mentre si astengono dal mettere in campo la sola arma concreta che i lavoratori e i sindacati hanno a disposizione: la mobilitazione.
Mentre la Cgil ha avuto il coraggio di proclamare uno sciopero nazionale per venerdì 19 settembre, assumendosi la responsabilità politica e civile di dare voce alla sofferenza del popolo palestinese, Cisl e Uil si trincerano dietro l’alibi della “costruzione” e del “non incendiare”. Una retorica ipocrita che di fatto si traduce in complicità passiva, in linea con le posizioni ambigue — se non apertamente filogovernative — che entrambe le organizzazioni hanno già mostrato in passato.
Il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri, pur definendo Netanyahu un “criminale di guerra” e denunciando il “massacro sistematico del popolo palestinese”, si limita ad auspicare che “l’opinione pubblica faccia sentire la propria voce”, senza però agire direttamente per muovere i lavoratori, né sfidare le logiche politiche dominanti. Una posizione che grida incoerenza: se si riconosce un crimine in atto, allora il dovere morale di chi rappresenta milioni di lavoratori è mobilitarli, non fare appelli a vuoto.
Ancora più evanescente la posizione della segretaria generale della Cisl, Daniela Fumarola, che rivendica di “non voler incendiare” e di preferire “la concretezza” di una raccolta fondi da devolvere alla Croce Rossa. Ma di fronte a un’occupazione brutale, al massacro di migliaia di civili e alla totale paralisi della diplomazia internazionale, il silenzio politico e l’assenza di una mobilitazione reale non sono neutralità: sono schieramento.
La scelta della Cgil, con il suo segretario generale Maurizio Landini, di chiamare i lavoratori alla mobilitazione e allo sciopero, rappresenta invece un atto di dignità sindacale e internazionale. Non una “sceneggiata ideologica”, ma un grido necessario: stop all’aggressione israeliana, stop alla guerra, stop all’ipocrisia occidentale. La manifestazione nazionale di venerdì 19 settembre, con cortei e presìdi in tutta Italia e un grande comizio a Catania, è l’unica risposta all’altezza della gravità della situazione.
La Cgil chiede:
- La fine immediata dell’intervento militare israeliano nella Striscia di Gaza.
- L’apertura di corridoi umanitari e la protezione delle missioni di soccorso.
- La sospensione di ogni accordo commerciale e militare con Israele fino a cessazione dell’offensiva.
- Il riconoscimento dello Stato di Palestina e la convocazione di una conferenza di pace sotto egida ONU.
Il sindacato, quando è davvero confederale e non un club autoreferenziale, ha il dovere di farsi carico delle lotte globali per la giustizia e per la pace. Cisl e Uil, rinunciando alla mobilitazione e rifugiandosi nella carità, dimostrano ancora una volta di essere organizzazioni subalterne, più preoccupate di non disturbare l’equilibrio politico che di rappresentare con forza la dignità dei lavoratori e dei popoli oppressi.
La storia giudicherà. E a Gaza, oggi, la storia si scrive con il sangue.
Ciro Crescentini
