Migliaia di minorenni fermati durante le proteste, divieti di manifestazione e polemiche sulle condizioni di detenzione. A Bobigny avvocati e insegnanti denunciano: «Stiamo traumatizzando i ragazzi».
La protesta sociale e studentesca in Francia è al centro di uno scontro sempre più acceso tra il governo e una parte del mondo giovanile. Dopo le mobilitazioni iniziate alla fine di settembre e gli episodi di violenza e saccheggio registrati durante la giornata nazionale di protesta del 17 ottobre, il presidente Emmanuel Macron ha scelto di alzare il livello dello scontro politico, evocando la presenza di gruppi organizzati intenzionati a destabilizzare le istituzioni repubblicane.
Al termine di una riunione del Consiglio di sicurezza all’Eliseo, alla presenza dei rappresentanti del governo e dei servizi di intelligence, Macron ha denunciato quelli che ha definito «atti politici e persino sediziosi», attribuendo a gruppi organizzati dell’estrema sinistra l’obiettivo di «far cadere la Repubblica».
Secondo il capo dello Stato, «gruppi organizzati dell’ultrasinistra mirano a far cadere la Repubblica». Il presidente ha inoltre descritto alcune di queste formazioni come caratterizzate da «una grande pericolosità», da «una violenza molto elevata» e dalla capacità di «pianificare» le proprie azioni.
Dichiarazioni pesanti, che spostano il confronto dalle rivendicazioni sociali e studentesche alle questioni della sicurezza nazionale e dell’ordine pubblico. Resta tuttavia necessario distinguere le responsabilità individuali per gli episodi violenti dalla partecipazione alle mobilitazioni: la presenza di disordini non dimostra, di per sé, l’esistenza di un progetto unitario volto a rovesciare le istituzioni.
Divieti, restrizioni e misure eccezionali
Mentre il governo denuncia le presunte minacce alla Repubblica, la risposta delle autorità si traduce in un rafforzamento delle misure di repressione delle iniziative di lotta antigovernative. Le prefetture hanno vietato alcune manifestazioni a Parigi e Lione e introdotto restrizioni in altre città, tra cui Rouen e Tolone. Da Parigi a Marsiglia, fino a Fort-de-France, in Martinica, e Saint-Laurent-du-Var, diverse località sono interessate da provvedimenti eccezionali, che in alcuni casi riguardano specificamente i minorenni non accompagnati. Alle limitazioni del diritto di manifestazione si aggiungono misure di custodia di polizia più estese e provvedimenti restrittivi che, in determinati contesti, comprendono anche coprifuoco.
Il risultato è un clima nel quale la questione dell’ordine pubblico rischia di assorbire il dibattito sulle ragioni che hanno portato migliaia di studenti a mobilitarsi. Le richieste del movimento restano sullo sfondo, mentre l’attenzione politica e mediatica si concentra soprattutto sugli scontri, sugli arresti e sulle accuse di destabilizzazione.
La tutela della sicurezza pubblica è una responsabilità delle istituzioni. Ma proprio quando vengono adottate misure restrittive è essenziale interrogarsi sulla loro necessità, proporzionalità e durata, oltre che sulle garanzie riconosciute a chi partecipa alle proteste.
Quasi 7 mila minorenni arrestati: il caso degli studenti delle superiori
Significativa è la vicenda dei giovanissimi fermati nelle prime settimane della mobilitazione. In un reportage pubblicato il 22 ottobre 2026, Le Monde raccoglie le testimonianze di Leïla, Inès e Nino, tre studenti di 17, 16 e 15 anni che raccontano la loro prima esperienza di custodia di polizia. Secondo i dati riportati nell’articolo, dall’inizio del movimento studentesco sarebbero stati arrestati quasi 7 mila minorenni, su circa 8 mila arresti complessivi. Le testimonianze descrivono arresti avvenuti davanti agli istituti scolastici, momenti di paura e la sensazione di essere trattati come criminali. Leïla, fermata prima della mobilitazione nazionale del 17 ottobre, ha trascorso una notte in una cella insieme a un altro adolescente. È stata poi rilasciata senza che venissero avviati procedimenti giudiziari a suo carico, ma con l’obbligo di seguire un percorso di cittadinanza.
La sua reazione restituisce l’amarezza di una ragazza che considera il proprio coinvolgimento nella protesta un esercizio di partecipazione democratica: «Per aver esercitato il mio diritto di manifestare, è comunque divertente», osserva con ironia amara.
Leïla e gli altri ragazzi hanno scelto di raccontare la loro esperienza utilizzando nomi fittizi o evitando di rendere pubblici i cognomi, per timore delle possibili conseguenze delle loro dichiarazioni sul futuro scolastico e personale.
Accanto alla paura emerge anche la contraddizione che attraversa le famiglie: i genitori temono per l’incolumità dei figli, ma riconoscono al tempo stesso la legittimità delle loro aspirazioni e del desiderio di prendere parte alla vita pubblica.
La madre di Leïla invita alla responsabilità nelle forme della protesta. La figlia, però, ribatte che anche le manifestazioni pacifiche possono essere disperse con cariche e gas lacrimogeni. Un confronto che restituisce la distanza tra le istituzioni e una parte della nuova generazione.
A Bobigny la denuncia sulle condizioni di detenzione
Il problema non riguarda soltanto le modalità dei fermi, ma anche il trattamento riservato agli adolescenti una volta condotti negli uffici di polizia.
A Bobigny, circa un centinaio di avvocati, insegnanti e amministratori eletti si sono riuniti davanti al tribunale per denunciare le condizioni di detenzione dei minorenni arrestati durante le proteste. Un rapporto del Consiglio dell’Ordine degli avvocati della Seine-Saint-Denis avrebbe evidenziato una serie di criticità e disfunzioni nelle procedure e nelle condizioni di custodia.
La denuncia è particolarmente significativa perché riguarda ragazzi ancora in età scolastica, molti dei quali alla prima esperienza di contatto con il sistema giudiziario. La custodia di polizia può avere conseguenze profonde su chi la subisce, soprattutto quando si tratta di minorenni.
«Stiamo traumatizzando i ragazzi»: è questo l’allarme lanciato da chi contesta il trattamento riservato agli adolescenti. Una denuncia che solleva interrogativi sulle modalità dell’intervento delle forze dell’ordine, sul rispetto delle garanzie previste per i minori e sull’effettiva proporzionalità delle misure adottate.
Le responsabilità per eventuali violenze o danneggiamenti devono essere accertate individualmente e secondo le procedure previste dalla legge. Ma lo stesso principio vale per l’azione dello Stato: gli interventi di polizia devono rispettare i diritti fondamentali e le garanzie riconosciute ai minorenni, indipendentemente dalle posizioni politiche espresse o dalle rivendicazioni sostenute.
Criminalizzare il dissenso o rispondere alle domande dei giovani?
La questione centrale è un’altra: quali risposte intende dare il potere politico alle richieste che hanno portato gli studenti nelle strade? Se il confronto si riduce a divieti, arresti e dichiarazioni sulla sicurezza, le ragioni della mobilitazione rischiano di rimanere inascoltate e la distanza tra giovani e istituzioni potrebbe aumentare. La democrazia non si misura soltanto nella capacità di reprimere le violenze, ma anche nella possibilità di garantire il dissenso, proteggere i diritti e offrire risposte politiche ai conflitti sociali. Perché difendere le istituzioni democratiche significa anche tutelare il diritto di contestarle, entro i limiti della legge.
Alessandro Manna

