La relatrice speciale Onu presenta a Roma il rapporto sulla Palestina: “Decine di migliaia di arrestati e detenuti dopo il 7 ottobre”
“La tortura collettiva inflitta da Israele ai danni dei palestinesi resterà il segno distintivo del genocidio”. È una delle affermazioni più dure pronunciate da Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, durante la presentazione a Roma del suo ultimo rapporto, presentato a marzo 2026 a Ginevra al Consiglio per i diritti umani dell’Onu. All’incontro, nell’area di SpazioTempo, ex Circolo degli artisti, hanno partecipato circa mille persone.
In dialogo con Maddalena Oliva, condirettrice del Fatto Quotidiano, tra le letture dell’attrice Laura Morante e le musiche di Pasquale Filastò, Albanese ha illustrato i contenuti del rapporto, pubblicato per la prima volta in italiano da PaperFirst e distribuito in abbinamento con il Fatto Quotidiano. Al centro del documento c’è la denuncia di un presunto uso sistematico della tortura e dei maltrattamenti nei confronti dei palestinesi detenuti dalle autorità israeliane.
“Sono decine di migliaia ad essere stati arrestati e detenuti, donne, uomini, bambini palestinesi nelle carceri israeliane dopo il 7 ottobre”, ha affermato Albanese, sostenendo che le violenze siano state documentate da organizzazioni non governative palestinesi e israeliane e da organismi delle Nazioni Unite. “Le prove dei maltrattamenti e degli abusi, dell’uso della tortura e anche dello stupro nei confronti di uomini e donne è stato documentato non soltanto da me”, ha aggiunto, richiamando anche il lavoro della Commissione indipendente delle Nazioni Unite su Israele e Palestina e del Comitato sulla prevenzione della tortura.
Secondo la relatrice Onu, di fronte alla documentazione raccolta sarebbe particolarmente grave l’assenza di una risposta internazionale adeguata. “La tortura è un crimine intollerabile, che non conosce deroga né eccezioni”, ha detto, ricordando come sia punita anche dagli strumenti internazionali e dallo Statuto di Roma.
Il rapporto lega quindi la pratica della tortura a una lettura più ampia della condizione palestinese. “La tortura fa al corpo quello che il genocidio fa a un popolo. La violenza non giustifica mai la violenza, bisogna mettere un punto”, ha dichiarato Albanese. E ancora: “Il numero delle persone arrestate e torturate svela quale sia stato l’intento di Israele: distruggere il popolo palestinese”.
Nel corso dell’incontro è stato ricordato anche il dato relativo ai detenuti palestinesi. Secondo quanto riferito durante la presentazione, sarebbero circa 9mila le persone ancora incarcerate, con una quota significativa detenuta senza processo. Il rapporto stima inoltre in circa 4mila i palestinesi dei quali non si avrebbero notizie certe. Numeri che, nella ricostruzione proposta da Albanese e Oliva, descriverebbero un sistema nel quale la detenzione e la violenza assumono una dimensione strutturale.
“Esiste un sistema che va oltre la violenza, vede la tortura e la sofferenza come metodo, come parte di un progetto che è quello del genocidio: la tortura come estensione di un atto politico”, ha sottolineato Maddalena Oliva.
Albanese ha rivolto critiche anche ai governi che, secondo la sua ricostruzione, continuano a mantenere rapporti con Israele. “Il governo italiano, così come gli altri governi che continuano ad autorizzare il trasferimento di armi, ma anche lo scambio di merci, lo scambio di intelligence nei confronti dell’apartheid israeliano, sono complici di crimini”, ha affermato.
Uno degli ultimi passaggi ha riguardato il futuro politico di Israele e le prossime elezioni. Albanese ha espresso scetticismo sulla possibilità che un semplice cambio di governo possa modificare radicalmente la condizione dei palestinesi. “Per quanto riguarda la vita dei palestinesi, la condizione e il godimento dei diritti umani, cambierà pochissimo con l’esito delle elezioni, quale che sia l’esito”, ha detto.
Nel suo ragionamento ha citato anche Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, esponenti della destra nazional-religiosa israeliana, sostenendo che un eventuale cambio politico potrebbe tradursi, a suo giudizio, in una trasformazione soltanto formale dell’assetto esistente: “Per dire: ‘Ecco, adesso ci sono i più liberali, non ci sono più Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir, gli estremisti nazionalisti religiosi, quindi si torna all’occupazione vecchio stampo, all’apartheid vecchio stampo’”.
Una valutazione condivisa, nel corso dell’incontro, anche da Maddalena Oliva: “Non farà la differenza una parte o un’altra che vincerà le elezioni. Quello che bisogna chiedere con forza è che venga scritta la parola fine al sistema di apartheid”.
Ciro Crescentini
