“Ecco come ci massacrano nei centri commerciali”,  la parola ai lavoratori

 

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una nota del Collettivo 48ohm

La questione delle aperture domenicali degli esercizi commerciali che noi traduciamo in questione afferente al tempo – quindi denari – rubati ai lavoratori non può essere banalizzata. 
Abbiamo fatto cortei nei centri commerciali, volantinaggi, riunioni e discussioni con i lavoratori, noi stessi abbiamo lavorato e lavoriamo nel settore della grande distribuzione, sappiamo quanto ci sia bisogno di tempo liberato, parliamo di lavoratori costretti a lavorare 7 giorni su 7, con turni massacranti che arrivano a coprire anche 12/14 ore al giorno, dove i festivi e gli straordinari non sono riconosciuti e in molti casi non esiste neanche più un giorno di riposo settimanale. Non si può dire che con un giorno in meno di lavoro la situazione non cambi perché resta comunque lo sfruttamento, questa è una posizione opportunista, di chi finge di stare dalla parte di chi è sfruttato, ma non conosce né ha a cuore la condizione di chi lavora, e si è ormai adeguato all’idea che è normale finanche necessario trovare magazzini e negozi aperti ogni giorno a qualsiasi ora del giorno e della notte senza aver alcun interesse per chi quei magazzini li tiene in piedi con la sua fatica. Anche 100 euro al mese in più in busta paga non tolgono lo sfruttamento del lavoro salariato, ciò significa che bisognerebbe rinunciare ad un aumento salariale preferendo un lavoro con 100 euro in meno? Che si lavori meno non può che essere un beneficio, assurdo pensare il contrario.

Ma il fatto è, almeno per quanto ci riguarda, che il dibattito per come viene fuori è viziato da diversi elementi. Sta passando un messaggio distorto e intanto passa perché la questione del tempo di lavoro da liberare non è posta dai soggetti cui vengono estorti tempo e denaro, cioè i lavoratori stessi, bensì da un governo intrappolato nel suo revival democristiano, famiglia-messa-domenica santa, quando la questione dovrebbe invece vertere sul dato che oggi, sia nel settore della produzione che dei servizi, è impiegato un numero irrisorio di lavoratori, in relazione ai volumi di merci che vengono prodotti e distribuiti, mentre un’altissima percentuale di soggetti si trova senza occupazione, da qui la necessità di ridurre la settimana di lavoro e la giornata lavorativa, senza perdere un euro di salario, anzi dando battaglia affinché aumenti, vista la massa di profitti che i padroni stanno accumulando, mai come oggi in costante aumento come è in costante aumento il divario stesso tra profitti e salario. 

Proprio l’assenza di mobilitazioni da parte dei lavoratori fa sì che la questione si riduca a questa benedetta domenica quando ci sarebbe ancora molto altro da strappare e conquistare e bisognerebbe approfittarne adesso che i riflettori sono accesi, generalizzando la lotta, non lasciando che resti confinata al settore del commercio né a un singolo giorno, prevedendo quali contromisure adotteranno i padroni e come tenteranno di riorganizzarsi, riducendo al minimo i danni, magari aumentando i carichi e gli orari negli altri giorni, con ricatti ancora più feroci, minacciando tagli e licenziamenti. I lavoratori che devono lottare per la difesa delle proprie condizioni di vita e di lavoro devono uscire dall’angolo in cui tutte le opzioni previste dalle fazioni borghesi vogliono rinchiuderli e rilanciare sui temi del conflitto fra tempo di vita e tempo di lavoro, dello sfruttamento, dei bassi salari, dei ritmi estenuanti (di tutti i giorni), dei contratti precari che questo stesso governo ha stabilizzato, della possibilità di essere licenziati in qualsiasi momento. La domenica ce la possiamo prendere solo come acconto di tutto ciò che dobbiamo far risalire dal fondo del mare dei nostri bisogni.

Il vuoto che le lotte lasciano non può essere colmato e perciò temiamo che anche questa storia possa concludersi con un bluff, con l’obbligo di apertura per tutte le città turistiche (cioè un elenco enorme di città e quindi di lavoratori), la rotazione tra esercizi commerciali, accordi da fare con le istituzioni locali e chissà cos’altro. Un modo per far le cose senza far niente. I sindacati già brindano, se riescono ad ottenere qualche briciola senza muovere un dito per loro è una manna. Tutto dipende dai lavoratori, se continuano ad essere spettatori di questa vicenda non ci sarà alcun cambiamento reale, solo proclami se non addirittura grandi fregature come già accaduto con il “decreto dignità” e tutto il resto.

Sveglia! Organizziamoci: è il nostro tempo! 

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