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Dl sicurezza, le armi spuntate dei sindaci su porti e anagrafe

Redazione by Redazione
4 Gennaio 2019
in Attualità, Notizie correlate
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Tra lo spirito umanitario e il principio di legalità passa la terra di mezzo su cui si regge il patto sociale, cioè proprio la Costituzione difesa dai primi cittadini ribelli

Si può condividere lo spirito umanitario di chi spalanca le braccia ai 32 migranti della Sea Watch, la nave da giorni nelle acque del Mediterraneo, o a quelli sinora titolari di protezione umanitaria, tutela quasi cancellata dal decreto sicurezza. Si può e magari si deve. Ma tra volere e potere, esiste una terra di mezzo, in cui si situa la legge. Legge che tutti i cittadini sono tenuti a rispettare, a partire dai sindaci. Invece sta accadendo il contrario, e le conseguenze possono essere dolorose, anche per la difesa dei più deboli. Perché oggi concordiamo con la “disobbedienza civile” di chi rifiuta di applicare una norma, ritenendola incostituzionale (e forse non a torto). Ma domani, a parti capovolte, cosa diremmo a un pubblico ufficiale ribelle verso una legge in favore dei naufraghi? E in generale, quale sarebbe il risultato, se ogni sindaco rigettasse le leggi cui è tenuto a sottomettersi? Facile: il caos, e il collasso del principio di legalità – ossia il primato della legge su ogni potere -, cardine della nostra repubblica democratica. Il principio di legalità è il perno attorno a cui ruota la Costituzione. La stessa Costituzione che i sindaci ribelli vorrebbero difendere. “I sindaci devono applicare la legge – ricorda il presidente emerito della Corte Costituzionale, Cesare Mirabelli, in un’intervista al Tg2000 – , non hanno il potere di disapplicarla se la ritengono in contrasto con la Costituzione e non possono essi stessi direttamente accedere alla Corte Costituzionale per farne dichiarare l’ incostituzionalità. Come ogni pubblica amministrazione devono rispettare ed eseguire quello che la legge richiede loro venga fatto”. Certo, la libertà delle idee è costitutiva della libertà politica, quindi essenziale alla vita di una democrazia. Ma c’è qualcosa che viene perfino prima: le regole, ossia il rispetto del patto di convivenza civile tra cittadini. Un’osservanza che le autorità civili devono garantire, non violare. Perché un conto è l’obbligo d’ufficio, un altro l’attività politica. Un leader di partito, se ricopre cariche pubbliche, non può confondere i ruoli: i pubblici poteri non vanno strumentalizzati per fini di parte, anche se nobili. D’altronde, gli strumenti per affermare i diritti esistono, nel rispetto delle regole. Se un primo cittadino considera una norma illegittima, può attivarsi per un ricorso al giudice ordinario. Nel corso del giudizio, la parte può proporre questione di costituzionalità. E se il giudice ne conviene, la questione verrà sottoposta alla Corte Costituzionale. In caso contrario, cioè di mancata applicazione, la strada porta dritta all’apertura di un fascicolo di indagine. E il sindaco può finire indagato per abuso d’ufficio o altro reato omissivo, ascrivibile al pubblico ufficiale.

 

“L’atto che viene ora preannunciato da alcuni sindaci – spiega Mirabelli – cioè di disobbedienza o in qualche modo di disobbedienza istituzionale è in sostanza un atto politico di dissenso nei confronti della legge e preannuncia anche un percorso giuridico. La loro disobbedienza può portare alla dichiarazione di illegittimità dell’atto che essi compiono: si tratta dell’ iscrizione nel registro della popolazione residente di stranieri che secondo la legge non ne hanno titolo o di una responsabilità che venga attivata nei loro confronti in chiave penale o di sanzioni amministrative. In tutti e due i casi vi può essere un giudizio, cioè un ricorso al giudice e nel corso del giudizio può essere sollevata una questione di legittimità costituzionale. Sotto questo aspetto i sindaci preannunciano che in caso la loro disobbedienza dovesse essere sanzionata o venisse colpito l’atto che essi compiono darebbe luogo a un giudizio e nel corso del giudizio eccepirebbero l’incostituzionalità della legge”.  Mirabelli, peraltro, ribadisce che “se vi fosse nella legge una disposizione che contrasta con diritti fondamentali della persona, diritti che riguardano sia i cittadini sia i non cittadini e che la Costituzione garantisce un giudizio di incostituzionalità si potrebbe avere. Penso ad esempio a limitazioni che vi fossero per quello che è il diritto alla salute che è un diritto umano che riguarda tutti o il diritto all’istruzione che riguarda i minori siano essi cittadini siano essi stranieri”. Ma parlare di incostituzionalità, adesso, è prematuro. E comunque la sanzione di illegittimità non spetta ai sindaci. Come pure esonda dagli argini dei propri poteri l’annuncio del sindaco de Magistris: “Mi auguro che questa barca (la Sea Watch, ndr) si avvicini al porto di Napoli, perché, contrariamente a quello che dice il governo, noi metteremo in campo un’azione di salvataggio e la faremo entrare in porto”.  Ecco, tutti possiamo associarci al desiderio di accogliere esseri umani in difficoltà. Un sindaco, però, non può promettere di aprire un porto. Il potere, in questo caso, è del ministero delle infrastrutture e trasporti, cioè del governo.

girobe

(Foto Sea-Watch/Fb)

Tags: decreto sicurezzaluigi de magistrismatteo salviniportisea watchsindaci
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