Carotenuto: “Lo smart working, una nuova alienazione nell’indifferenza della sinistra sindacale”

Un cambiamento epocale nella pubblica amministrazione e del modello di vita del lavoratore

La legislazione di emergenza giustificata dalla pandemia, oltre a distribuire bonus e ristori, sta legittimando in maniera crescente lo smart working (o meglio home working). Insomma, da qualsiasi parte del mondo si può lavorare per il proprio ufficio.

Un cambiamento epocale nella pubblica amministrazione che ridefinisce l’orizzonte dei servizi e delle prestazioni offerte, oltre a cambiare il modello di vita del lavoratore, che diventa più flessibile, legato ad orari anche spezzettati, teoricamente disponibile a qualsiasi ora del giorno.

Lo stesso giuslavorista Maurizio Del Conte, padre della legge sul lavoro agile, ammette che perseguendo su questa strada verranno messi in discussione i vecchi capisaldi della contrattazione collettiva come orario, mansioni, struttura retributiva, formazione e sicurezza.

Dal suo stretto punto di vista risulterebbero del tutto migliorativi tali cambiamenti di scenario, ma con altri occhi i problemi che emergono possono essere innumerevoli.

Proverei ad individuarne almeno tre: 1) si confonde il tempo di lavoro con quello di vita e di relazione personale, nel momento in cui si lavora; 2) si perde potere di contrattazione per l’assenza di un contraddittorio (tecnico e/o amministrativo) con i propri pari oppure con le figure apicali di riferimento; 3) vengono meno i processi di crescita professionale che si sviluppano attraverso il lavoro collettivo, l’organizzazione orizzontale di pratiche amministrative, il confronto tra vari punti di vista che allarga prospettive e soluzioni.

In questo contesto parrebbe ovvia, tra le altre, anche una nuova difficoltà, ovvero il rischio di una disumanizzazione della prestazione (da casa), poiché verrebbe meno il rapporto fisico, l’interlocuzione con il destinatario. In definitiva si minerà l’avanzamento della conoscenza in assenza di taluni elementi.

Insomma, ad una apparente libertà ed autonomia offerti dal sistema produttivo pubblico si contrapporrebbe il rischio di essere marginalizzati, perdendo potenzialmente la visione complessiva che determina la decisione, ovvero non essere più in grado di svolgere tutte le fasi endoprocedimentali per la costruzione dell’atto amministrativo finale.

Lo smart working, a mio avviso, metterebbe in discussione anche il grado di rivendicazione del miglioramento in carriera del dipendente pubblico e quel proporzionato adeguamento del salario aggiuntivo relativamente alla propria mansione; l’adesione sindacale vive di processi e decisioni collettive, da casa (o altrove) questo elemento si indebolisce, non è più qualcosa di collegiale, ma vivrebbe di solitudine, farebbe fatica ad affermarsi come pratica complessiva. 

Come si fa a badare al proprio infante e provare a rispondere ad un cittadino che chiede un servizio, senza momenti di memoria disorientata, oppure passeggiare all’aria aperta a piedi nudi nel vicino parco e rimanere concentrati per una istruttoria da rendere al proprio dirigente?

In alcuni stati esteri, laddove si sta verificando un crollo delle prenotazioni e dei soggiorni, stanno nascendo delle offerte per incentivare il lavoro agile per quei lavoratori che volessero spostarsi dai loro paesi, portando via con loro il proprio lavoro. E’ il caso dell’Islanda (working in Iceland), di Dubai (work remotely from Dubai) oppure nei Caraibi.

In questi casi la suggestione di affacciarsi dalla finestra dell’albergo e guardare il mare fino a perdita d’occhio e calpestare sabbia fine bianca piuttosto che invischiarsi in città trafficate e nebbiose, diventa cosa fatta. Ed il lavoro viene pure meglio.

Queste proposte, oltre al fascino che suscitano, consentono di portare in quei paesi (perdendoli nel proprio), sia pure temporaneamente, stipendi, tasse, conti correnti, assicurazione sanitaria, vita di relazione, oltre a svuotare letteralmente la funzione classicamente intesa del lavoro così come lo abbiamo conosciuto e ci ha fatto crescere.

Se questa storia non solo va avanti, ma si estende in maniera ancora più pervasiva, senza essere orientata, tra qualche anno si cominceranno a creare ulteriori vuoti urbani, si abbandoneranno le cittadelle del lavoro e le city economiche attorno alle quali si sviluppa una economia correlata (cibo, trasporti, attività commerciali, tempo libero).

Lo smart working, sia che si svolga da lontano sia che si svolga nel luogo d’origine (da vicino), interroga direttamente la struttura socio-economica tradizionale. E non mi pare che le città siano già pronte a rivoluzionare i propri spazi fisici (e finanche mentali). Non vedo, nemmeno in prospettiva, nuove architetture che reinterpretano potenziali “sgombri urbani”. Anzi, in questa fase prevalgono ancora l’impreparazione tecnologica e traballanti assetti organizzativi per il lavoro a distanza.

A rimetterci di più, almeno nelle fasi del lockdown, potrebbero essere le donne che, oltre a sopportare e supportare la chiusura delle scuole e le zone rosse che impongono lo stare a casa, verrebbero ancor più penalizzate nella complessità dei ruoli rivestiti. Una follia!

Ancor peggio nel settore privato.

Il lavoratore potrà essere messo alla prova fino a rischiare il proprio posto di lavoro. Non risulta ancora una regolamentazione tanto per il settore pubblico quanto per quello privato che, nel solco dei relativi contratti collettivi di riferimento, disciplini questa nuova modalità con una posizione paritaria tra lavoratore e datore di lavoro, con responsabilità precise e senza penalizzazioni di sorta.

In alcuni paesi si dice che i lavoratori da casa producono di più. Se prendo per buona e vera questa affermazione si può desumere più o meno questo: ci troviamo di fronte ad un aumento della produttività e ad un potenziale livellamento al ribasso del salario aggiuntivo. Ovvero, a più lavoro corrisponde meno salario.

Ma la cosa più sconcertante è che dentro questi interrogativi non si trova una sinistra sindacale e politica capace di argomentare, dedurre, infondere dubbi, riflettere su un cambiamento nella modalità del lavoro avviato quasi senza contraddittorio. Una sinistra che si faccia strada senza contrappesi culturali, che avanzi nella direzione di sciogliere quelle incrostazioni che, passata l’emergenza, potrebbero resistere ad ogni altra avversità. Il tema principale dovrebbe essere quello di governare il cambiamento del lavoro, non subirlo.

Ma vi è anche chi si affretta a teorizzare che lo smart working potrebbe rappresentare, al contrario, un nuovo orizzonte del lavoro. Nello stato in cui siamo non intravedo questo come un elemento che “libera” dall’alienazione il lavoratore, non mi convince l’assenza di un dibattito in merito, non riesco a percepire una voce in grado di dimostrare la voglia di percorrere questa nuova sfida. Osservo solo silenzi, da un lato, e posizioni di comodo, dall’altro.  O forse sono io che non sento e non vedo questi luoghi di discussione, allora dovrò sforzarmi di più a rintracciare tali movimenti. E se proprio non li trovo, non me ne farò mai una ragione.

Raffaele Carotenuto

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