Canada, un malessere sociale che viene da lontano

  

Nelle ultime settimane, per iniziativa dei camionisti, i canadesi hanno deciso di ribellarsi al regime sanitario impostogli dal governo “liberale”. Ma il loro malcontento viene da lontano e affonda le sue radici nell’egemonia politica della famiglia Trudeau. 

Nell’immaginario collettivo il Canada è sempre apparso come un modello per le democrazie occidentali: un esempio di nazione libera e prospera. Con quasi dieci milioni di chilometri quadrati di superficie, una popolazione che non supera i trentotto milioni di abitanti, un’economia tra le più sviluppate del pianeta e una legislazione che, apparentemente, sembra tutelare l’ambiente e incentivare l’integrazione sociale, questo Paese situato all’estremo nord del continente americano è considerato da buona parte delle giovani generazioni progressiste, sedotte dallo pseudo-ecologismo in voga in questi ultimi vent’anni, una sorta di paradiso terrestre: il luogo dove poter realizzare le proprie aspirazioni di vita in armonia con la natura.

  Dunque, sembra tutto meraviglioso nel Canada governato dal giovane “liberale” Justin Trudeau. Eppure, a partire da fine gennaio il Paese nordamericano soffre una profonda frattura sociale. In seguito allo sciopero di cinquantamila camionisti contro l’obbligo vaccinale, migliaia di manifestanti hanno bloccato le principali autostrade canadesi mettendo letteralmente in ginocchio la sua economia. La scarsità di prodotti, compresi i generi di prima necessità, ha colpito tutto il Canada e la parte settentrionale degli Stati Uniti, anch’essa dipendente in buona parte dalle sue merci. Ma, nonostante questi  disagi, la maggioranza della società civile appoggia la protesta dei manifestanti, mentre il popolare Primo ministro Trudeau, che solo sei anni fa aveva vinto le elezioni con una maggioranza assoluta, è sparito dalla scena politica: davanti al ripudio sociale per le sue scelte liberticide, il bel Justin si è dato letteralmente alla fuga.

 Il premier canadese ha abbandonato la residenza ufficiale, scortato da più di cento agenti della polizia, per rifugiarsi, o meglio, nascondersi, in una località segreta, adducendo a motivo di tale trasferimento improvviso una presunta positività al virus pigliatutto. Secondo le sue ultime dichiarazioni, sembra che non la stia passando bene, ma al di là della veridicità di queste indiscrezioni, è evidente che quella di Trudeau è una mossa per guadagnare tempo di fronte ad una crisi sociale che gli è sfuggita di mano e che, soprattutto, peggiora di giorno in giorno rendendo sempre più precario e grigio il suo futuro politico.

  Ma come è possibile che in un paio di settimane quello che fino a pochi mesi fa era presentato dai media di tutto il mondo come un politico perfetto, un’icona del progressimo ecologista e transgender, quasi una star di Hollywood, si sia trasformato nel nemico numero uno della maggioranza dei suoi concittadini?

  Il regime sanitario e le restrizioni anti-covid imposte dal governo “liberale” sono in realtà solo la goccia che hanno fatto traboccare il vaso del malcontento sociale il quale, nonostante il silenzio  costante dei principali network, serpeggia da almeno cinquanta anni nella società canadese ed è, in buona parte, figlio dei governi di Pierre e Justin Trudeau: un malessere collettivo generato e acuito dall’influenza che questa potente famiglia e suoi amici globalisti esercitano da almeno mezzo secolo sulla politica di questa grande nazione. Quindi, per comprendere bene le proteste di questi giorni è necessario fare un viaggio a ritroso nella sua storia e arrivare fino al 1968, anno della prima salita al potere di Pierre Trudeau, il padre di Justin.

  Chi era costui? Nato da una ricca famiglia borghese, prima di intraprendere la carriera politica e convertirsi nel leader del Partito Liberale del Canada, l’avvocato Pierre Trudeau aveva conseguito un master in economia politica a Harvard e poi viaggiato, per circa dieci anni, in tutta Europa per apprendere dalle esperienze politiche progressiste del Vecchio Continente. Durante i suoi anni di governo, che furono ben sedici, Trudeau padre, però, fu tutt’altro che un liberale, e men che meno un progressista. Forse in pochi sanno che il suo governo continuò con la politica di internamento forzato in istituti di rieducazione dei figli minori dei pellerossa, dove venivano indottrinati per essere, in futuro, obbedienti cittadini da sfruttare nell’amministrazione pubblica. Una forma di schiavitù che in campagna elettorale Pierre si era impegnato ad eliminare fina dal primo giorno del suo mandato, ma che di fatto abolì solo nel 1982 con l’ambigua riforma della costituzione nota come Canadian Charter of Rights and Freedoms (Carta canadese dei diritti e delle libertà), ovvero, ben quattrordici anni dopo. Ma questa non fu la sola promessa ad essere disattesa dell’allora primo ministro. Oltre che un apparente progressista, Pierre Trudeau si rivelò anche un finto federalista: già durante il suo primo governo organizzò infatti un’ asfissiante burocrazia, aumentò drasticamente le tasse e, dulcis in fundo, creò un servizio di intelligenza sul modello della CIA e del Mossad.

  Le reali aspirazioni accentratrici, per non dire autoritarie, di questo “liberale” emersero chiaramente durante la cosiddetta crisi d’ottobre del 1970. Proprio nel momento più critico del suo primo mandato, quando già serpeggiava un certo malcontento nell’opinione pubblica canadese, che aveva visto tradite le proprie aspettative dopo solo due anni, il Fronte di Liberazione del Québec, un movimento indipendentista nato nel 1963 e formato da una quarantina di pseudo guerriglieri, dichiarò la guerra allo Stato. Questa organizzazione “terroristica”, che prima del governo Trudeau non aveva avuto nessuna rilevanza politica, iniziò a pianificare qualche attentato contro l’ordine costituito, dando così il pretesto all’esecutivo canadese per imporre la legge d’emergenza nazionale e ad arrestare in un solo mese circa cinquecento persone, delle quali solo quattro avevano qualche tipo di vincolo con la “guerriglia”, mentre tutti gli altri erano onesti cittadini che si opponevano alla sua politica. 

  Questi, però, non furono gli unici abusi del governo federale di Pierre Trudeau. Stando alle testimonianze e alle prove raccolte nei mesi successivi dalla magistratura, durante quei giorni ci furono minacce e torture nei confronti di giornalisti indipendenti, la chiusura di molti giornali oppositori e addirittura sequestri e omicidi di Stato. Inoltre, dopo il rilascio, molti dei torturati furono minacciati dalla polizia, che gli impose il silenzio in cambio dell’incolumità dei loro familiari. Per tutta la durata delle operazioni “antiterroristiche” questi soprusi, che pur erano noti all’opinione pubblica, furono giustificati o addirittura occultati dai media nazionali filogovernativi,  i quali misero in evidenza solo la violenza dei terroristi. Ovviamente, questi ultimi non furono mai arrestati. Si rifugiarono, come esiliati politici, nella Cuba del suo grande amico Fidel Castro (il “comunista” fu, tra l’altro, al matrimonio del figlio Justin, di cui fu quasi un padrino, e al funerale dello stesso Pierre), e nonostante l’ottima relazione personale con il lider maximo non ne chiese mai l’estradizione.

  Ma anche sul piano economico la sua politica fu una vera sciagura per il Canada: l’aumento costante delle tasse e del debito pubblico durante i suoi governi generarono, infatti, una enorme crisi economica che impoverì buona parte dei canadesi; tant’è che sul finire degli anni ’80 il Wall Street Journal arrivò a scrivere che il Canada, fino a un decennio prima Paese del Primo Mondo, si era lanciato spontaneamente da un precipizio per ritrovarsi nella condizione di nazione del Terzo Mondo. Fu soprattutto questa pessima gestione dell’economia e il crescente calo di popolarità che ne seguì a portarlo alle dimissioni nel 1984, che, però, non evitarono la pesante sconfitta elettorale del suo partito. Dopo quasi vent’anni di legislatura, di cui la maggior parte passati alla guida del paese, Trudeau padre dichiarò di volersi ritirare a vita privata. Di fatto, però, questo “playboy milionario”,amico delle star hollywoodiane (così lo chiamava il chitarrista dei Rolling Stones, Ronnie Wood), continuò ad essere l’ispiratore occulto della politica pseudo progressista, ovvero, globalista, del nazione boreale fino al 2000, anno della sua morte. Ottenne, infatti, ruoli importanti presso l’Unesco (Organizzazione delle Nazioni Unite per la Scienza, Cultura e Turismo), la IDB (Banca Interamericana di Sviluppo) e altri organismi internazionali, e proprio durante una delle loro sedute disse di “…essere soddisfatto che l’umanità si stesse avviando verso un Nuovo Ordine Mondiale”. Parole profetiche e nefaste, visto quanto stiamo vivendo negli ultimi due anni, che però possono essere interpretate anche come una sorta di legato politico per il suo erede. La ripresa economica del Canada di inizio millennio, dovuta soprattutto al decentramento attuato dai governi successivi al 1984, è durata infatti poco meno di un decennio, ovvero, fino alla salita al potere di Trudeau figlio.

   Il bel Justin deve la sua rapida ascesa politica nel Partito Liberale del Canada e poi al vertice del governo canadese non solo al suo illustre cognome ma anche, e soprattutto, al suo protettore, il magnate George Soros, che lo ha aiutato economicamente fin dagli inizi della sua carriera, come ha più volte ammesso pubblicamente lo stesso rampollo dei Trudeau. Grazie ai milioni di questo e degli altri “filantropi” di Davos invertiti nella sua campagna elettorale e alle falsa promessa di ridurre il debito pubblico e difendere le libertà individuali dei suoi concittadini, questo mediocre ex professore di letteratura teatrale, con una scarsissima cultura ma una ottima conoscenza dei social network che maneggia da vero influencer, è arrivato per la prima volta al potere nel 2015, quando il suo partito si impose alle elezioni legislative con una maggioranza assoluta.

  Appena divenuto Primo Ministro, Justin ha fatto subito intendere perché i suoi amici del World Economic Forum avevano investito su di lui. Trudeau figlio ha avviato una serie di politiche pseudo progressiste che hanno fatto del Canada l’anticamera del Great Reset: un grande laboratorio per il globalismo. Il suo governo ha assegnato l’80% dei fondi canadesi previsti per attività umanitarie alla cosiddetta “politica di assistenza internazionale femminista”, ovvero, alla Open Society Institute di Soros, che a sua volta li gira alle varie ONG radicali e pseudo marxiste sparse per il mondo, la cui unica funzione è diffondere la misandrìa e imporre nell’agenda politica mondiale l’aborto come soluzione a tutti i mali delle donne. Trudeau Junior è stato anche tra i primi capi di governo della NATO ad appoggiare l’intervento militare statunitense in Siria, sebbene in campagna elettorale si fosse impegnato a non coinvolgere in alcun modo il Canada nei futuri conflitti bellici iniziati dal suo potente vicino, ed ha aumentato del 70% le spese militari del suo paese, favorendo il Military-Industrial Complex degli USA. Quindi, per edulcorare agli occhi dell’opinione pubblica canadese la sua complicità nel genocidio siriano, Trudeau ha deciso di accogliere circa trentunomila profughi, buona parte dei quali, però, nonostante la retorica buonista del suo governo, ha denunciato abusi da parte degli agenti dell’immigrazione, segregazione e abbandono.

   E non è che sul piano economico, in questi sette anni di suo dominio politico, i canadesi se la stiano passando meglio. A causa del carovita, l’indebitamento con gli istituti di credito da parte di una famiglia media canadese è aumentato drasticamente. Per quanto riguarda poi l’industria, il Pan Canadian Framework, la folle regolamentazione ambientale voluta dal suo governo, ha messo in ginocchio quella mineraria, una delle principali attività economiche del Canada che prima della crisi dovuta al nazi-ecologismo di Trudeau pagava salari altissimi ai suoi dipendenti ed era, perciò, di altissima utilità alla popolazione. Adesso le imprese canadesi, come la Barrick Gold Corporation, hanno trasferito le loro attività di estrazione in paesi del Terzo Mondo lasciando nella nazione nordamericana una marea di disoccupati, molti dei quali, per età e formazione, oramai esclusi dal mercato del lavoro.

  Anche sul piano della violazione dei diritti fondamentali, come la libertà di stampa o di espressione, Justin mostra di non essere da meno del suo principale mentore: suo padre Pierre. In nome della lotta contro qualsiasi forma di istigazione all’odio, nel giugno del 2021, il governo canadese ha fatto approvare norme, come la Bill C-10, che diversi esperti stranieri di diritto digitale non hanno esitato a definire tra le regolamentazioni Internet più aggressivi approvati in Occidente, in quanto prevedono la censura da parte dello Stato di tutte le opinioni o informazioni postate dagli utenti del web o dei social che non sono gradite.

   Ed è stata proprio la crescente minaccia alle loro libertà fondamentali, più ancora delle politiche pseudo ecologiste del governo “liberale” e l’aumento del debito pubblico, la goccia che ha fatto traboccare il vaso della loro pazienza spingendo i canadesi a ribellarsi al regime sanitario imposto dal governo di Justin Trudeau. In questi due anni di “pandemia” il pupillo dall’economista e ideologo tedesco Klaus Schwab ha messo in opera tutto il repertorio globalista appreso allo Young Global Leaders, la scuola di formazione per i futuri satrapi del Nuovo Ordine Mondiale ideata dallo stesso Schwab e patrocinata dai signori di Davos. Nel Canada di Trudeau junior si è arrivati al punto di negare il trapianto di organi a pazienti che rifiutano di vaccinarsi contro il covid-19. Inoltre, in alcune città governate dai “liberali” si è imposto la chiusura definitiva ad attività commerciali che si rifiutano di applicare le norme discriminatorie nei confronti dei non vaccinati. Infine, l’imposizione più infame, quella che ha scatenato la rabbia di buona parte della popolazione dando il via alle proteste di queste settimane: imitando il suo vicino statunitense, il governo canadese ha stabilito l’obbligo vaccinale per la categoria dei camionisti, che, nel paese boreale rappresenta più dell’1% della popolazione totale, ovvero, la più grande al mondo.

   Di fronte a questo ricatto bio-politico, il 23 gennaio, i camionisti di tutto il Paese si sono radunati nello stato della British Columbia e da lì si sono diretti con i loro enormi veicoli verso Ottawa, dando vita ad una sorta di carovana liberatrice dall’autoritarismo sanitario di Trudeau. La Freedom Convoy, che è giunta nella capitale la settimana successiva, ha provocato il panico nel Primo ministro che, come accennato al principio, ha abbandonato la città per rifugiarsi, insieme alla sua famiglia, in una località segreta. Ai camionisti si è unita, nella protesta di questi giorni, la maggioranza della popolazione civile, incluso coloro che hanno accettato di vaccinarsi, per chiedere non solo la cessazione di tutte le restrizioni anti-covid e l’abolizione dell’obbligo vaccinale, ma anche le dimissioni del Primo ministro.

   Ma invece di rispettare la volontà dei suoi cittadini, Justin ha preferito obbedire ai suoi padroni di Davos: non si è dimesso, infatti, e proprio come suo padre nell’ottobre del 1970 ha dichiarato lo stato d’emergenza nazionale (13 febbraio). Dalla tana in cui è scappato per sottrarsi alle proteste, il Primo ministro canadese ha ordinato il pugno duro nei confronti di manifestanti pacifici che reclamano per i loro diritti inalienabili. Non solo, mediante la Banca Centrale ha imposto a tutti gli istituti di credito privati presenti nel Paese il congelamento dei conti di tutti gli oppositori alla sua tirannia: in altri termini, chi partecipa alle proteste perde tutti i suoi risparmi, il suo patrimonio, insomma, tutto ciò che ha. Inoltre, la sua vice, Chrystia Freeland, ha minacciato i manifestanti di sottrargli la custodia dei figli, ovvero, di usurparne la prole.

   Tuttavia, né i camionisti né tutte le altre categorie che si sono uniti a loro nella lotta per la libertà si sono lasciati spaventare dalle minacce di Trudeau, ma continuano ad assediare il Parlamento acclamando a viva voce la sua rinuncia al potere. Nonostante i -25º di temperatura, ogni giorno sono sempre di più i cittadini che si uniscono alle proteste, che, ripeto, sono pacifiche, quasi una festa. I canadesi hanno capito che la marionetta Trudeau, posta al vertice del potere politico della loro nazione dagli oligarchi del pianeta come Bill Gates, George Soros, ecc., non gli restituirà mai spontaneamente i loro diritti fondamentali, perché l’obiettivo dei suoi padroni è proprio il loro totale annichilimento. Consci di ciò, hanno quindi deciso di essere attori principali del loro destino e non più spettatori in catene, e noi tutti dovremmo prendere esempio da loro se non vogliamo che il nostro futuro, come diceva Jack London, sia …uno stivale che calpesta il volto umano, all’infinito.

Antonio Sparano

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