La vittima aveva denunciato le pressioni del poliziotto; Salvini e Meloni avevano parlato di legittima difesa
L’arresto dell’assistente capo del commissariato Mecenate, Carmelo Cinturrino, segna una svolta drammatica nell’inchiesta sulla morte di Abderrahim Mansouri, il 28enne marocchino ucciso il 26 gennaio nel boschetto di Rogoredo, a Milano. A quasi un mese dai fatti, la versione dell’agente — che aveva parlato di legittima difesa sostenendo di aver reagito a una pistola puntata contro di lui — appare ormai smentita da un insieme di elementi investigativi convergenti.
Secondo la Procura di Milano, Cinturrino avrebbe esploso un colpo diretto consapevolmente contro la vittima, in assenza di una minaccia concreta. Gli accertamenti balistici indicano che Mansouri fu colpito mentre cercava di fuggire. In precedenza avrebbe compiuto un gesto come per lanciare una pietra, ma da una distanza incompatibile con un pericolo reale. Diversi presenti hanno confermato che non fu intimato alcun “Alt” né vi fu alcuna chiara qualificazione come appartenenti alle forze dell’ordine.
Determinante è stato l’esito delle analisi sull’arma trovata accanto al corpo. Le verifiche tecnico-scientifiche hanno escluso che Mansouri l’avesse mai impugnata: nessuna impronta o traccia genetica riconducibile alla vittima è stata rilevata sulla pistola. Al contrario, il profilo biologico di Cinturrino è stato individuato in più punti dell’arma — guanciola, grilletto, cane e dorso dell’impugnatura — confermando che l’agente l’ha maneggiata e collocata accanto al cadavere in un momento successivo allo sparo.
Le dichiarazioni dei colleghi presenti sulla scena hanno ulteriormente smontato la versione iniziale. Un agente che si trovava pochi metri dietro Cinturrino ha raccontato che, subito dopo aver sparato, l’assistente capo gli ordinò di recarsi in commissariato a prendere una borsa personale. Al ritorno, il collega lo avrebbe visto prelevare un oggetto scuro dal cofano dell’auto di servizio e correre verso il corpo di Mansouri. Solo dopo comparve la pistola vicino alla mano destra della vittima, a conferma di un presunto tentativo di alterare la scena del crimine.
A rafforzare il quadro accusatorio vi è anche il ritardo nei soccorsi: la morte di Mansouri è stata certificata alle 18:31, ma il verbale sanitario mostra che il giovane non morì sul colpo e mostrò segni di vita per diversi minuti. Secondo la Procura, Cinturrino avrebbe rassicurato i colleghi di aver contattato la centrale operativa e il 118, circostanza che contribuì a ritardare l’intervento.
Emergono anche elementi inquietanti sul comportamento dell’agente nei confronti della vittima prima dell’omicidio. Alcuni conoscenti di Mansouri hanno raccontato agli inquirenti che Cinturrino chiedeva quotidianamente denaro e droga al giovane — fino a 200 euro e cinque grammi di cocaina al giorno — e che avrebbe agito in modo simile con altri pusher del boschetto di Rogoredo, la più grande piazza di spaccio della Lombardia. Secondo queste testimonianze, quando Mansouri avrebbe rifiutato le richieste, iniziò a temere il poliziotto, ora indagato per omicidio volontario.
Il fermo di Cinturrino è stato eseguito lunedì mattina alle 8.30 nel parcheggio del commissariato Mecenate, dove l’agente stava per iniziare il turno: non era mai stato sospeso, ma soltanto privato dell’arma di servizio. A bloccarlo sono stati gli uomini della Squadra Mobile, coordinati dal pubblico ministero Giovanni Tarzia e dal procuratore capo Marcello Viola. Nel provvedimento si fa riferimento non solo al pericolo di fuga — motivato anche dalla disponibilità di diversi alloggi — ma a un “pesantissimo rischio di inquinamento probatorio”, al pericolo di reiterazione di reati e a una pericolosità sociale definita “inquietante” dagli investigatori. Sono state perquisite più abitazioni, compresa quella della compagna dell’agente in uno stabile Aler di via Mompiani.
Il caso aveva assunto anche una forte dimensione politica. Il leader della Lega Matteo Salvini e il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi avevano inizialmente definito l’inchiesta “eccessiva”, parlando di legittima difesa e invocando tutele legali per gli agenti. Successivamente anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva parlato di “doppiopesismo” da parte della magistratura. L’episodio era così diventato un argomento a favore di uno scudo penale per le forze dell’ordine. Oggi, però, emergono nuove verità: le prove raccolte delineano un quadro opposto a quello evocato dai leader politici, fatto di condotta volontaria, manipolazione della scena del crimine e pressioni sistematiche sulle vittime.
Il lavoro degli inquirenti, basato su testimonianze, analisi scientifiche, rilievi tecnici e dichiarazioni dei colleghi, dipinge un comportamento criminale consapevole, che se confermato in giudizio configurerebbe una grave violazione dei doveri istituzionali e un abuso deliberato del potere conferito dall’uniforme.
CiCre
