Arrestato per le intercettazioni: quell’articolo del giudice Capuano contro le “cimici”

Il gip accusato di corruzione: nove anni fa tuonava contro l’eccesso di ascolti delle procure, autorizzato dai colleghi, in un’analisi per un mensile napoletano

Il giudice inguaiato dalle intercettazioni tuonava contro “il grande orecchio” delle procure. Spunta un profetico articolo di Alberto Capuano, il gip del Tribunale di Napoli arrestato con l’accusa di corruzione. Nove anni fa, il magistrato pubblicava un’analisi sul mensile napoletano Il Dieci. Una riflessione che, riletta oggi, assume contorni beffardi. Specie scorrendo le pagine dell’ordinanza firmata dal gip di Roma, Costantino De Robbio, con cui per Capuano si dispone la custodia cautelare in carcere. Nel provvedimento, sono numerosi i dialoghi captati. Protagonisti sono il magistrato indagato e i presunti sodali nel “sistema corruttivo”, una cricca sospettata di scambiare soldi e regali con favori giudiziari. Pesanti accuse al cui fondamento vengono poste le intercettazioni, registrate pure in casa di Capuano. Il giudice arrestato non poteva immaginare, nel 2010, quanto le cimici gli avrebbero complicato la vita. Eppure, già protestava contro “Il Grande Orecchio” dei pm, come titolava quell’editoriale. Una critica serrata, numeri alla mano. “Le richieste di autorizzazione a disporre le intercettazioni inoltrate dal Pubblico Ministero (sezione Direzione distrettuale antimafia) all’ufficio Gip sono state 756 (delle quali 717 sono state accolte)- scriveva la toga-, i decreti d’urgenza disposti dal P.M. e convalidati entro le 48 ore dal Gip sono stati ben 4548, mentre le richieste di proroga di intercettazioni già disposte sono state 9896. Le sezioni ordinarie della Procura della Repubblica di Napoli hanno inoltrato 297 richieste di autorizzazione a disporre le intercettazioni, hanno emesso 423 decreti d’urgenza e 1622 richieste di proroga di intercettazioni già disposte. Peraltro «questi dati, riferiti al solo 2008 e in costante crescita nel 2009 devono essere attentamente letti, difatti quando si parla di richieste e di decreti non si fa riferimento ad un’unica utenza telefonica o ad un unico ambiente da intercettare atteso che lo stesso decreto può contenere un numero plurimo di utenze e di luoghi ove si vogliono captare le conversazioni”.

 

Ma Capuano non si limitava a bacchettare l’aumento di ascolti autorizzati dai gip, i suoi colleghi. Da magistrato giudicante, stigmatizzava “il sempre maggiore ricorso alla decretazione d’urgenza prevista dal legislatore in casi di necessità e divenuta, di fatto, strumento ordinario d’indagine laddove si consideri che i decreti d’urgenza emessi da tutte le sezioni della Procura della Repubblica di Napoli sono stati 4971 a fronte di 1053 richieste ordinarie di autorizzazione a disporre le intercettazioni”. Una cifra per lui “preoccupante”, anche per le funzioni rivestite, “atteso che il Gip ha soltanto 48 ore di tempo per esaminare il fascicolo e per convalidare le intercettazioni disposte dal P.M”. Certo, Capuano ammetteva che “lo strumento delle intercettazioni telefoniche ed ambientali appare ancora essere uno strumento indispensabile per la effettuazione di indagini soprattutto per sconfiggere i reati di criminalità organizzata”. E tuttavia sollevava dubbi: “L’entità del fenomeno dimostra o che tutti i napoletani sono camorristi o che si ricorre a tale strumento anche nei casi in cui non è necessario”. Per completare l’affondo, il giudice non esitava a parlare dei costi. “Nel 2006 – ammoniva – il «controllo degli indagati» è costato poco meno di 224 milioni di euro. Nell’anno precedente la spesa era stata anche maggiore: quasi 287 milioni”. Spese schizzate in alto, perché “una ricerca elaborata dall’Eurispes rileva che in soli cinque anni, dal 2000 al 2004, le intercettazioni telefoniche sono aumentate del 128%”. Insomma, il pensiero rifletteva una certa retorica, figlia del dibattito politico sulla giustizia. Un ragionamento che pare risentire di slogan come “siamo tutti intercettati”. “Ipotizzando che per ogni utenza controllata siano coinvolte un centinaio di persone diverse (familiari, amici, colleghi) – argomentava -, nel decennio 1995-2004 si arrivano a contare 30 milioni di italiani ascoltati dal «grande orecchio». Significa che tre persone su quattro nella fascia d’età tra i 15 e i 70 anni sono state, o continuano a essere, intercettate”. Una di loro, anni dopo, sarebbe stata lui.

Gianmaria Roberti

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