1992-2018: via D’Amelio, la strage di Stato

In uno strano clima le celebrazioni per i 26 anni dell’assassino di Paolo Borsellino e della sua scorta: le ultime sentenze inchiodano le indagini, uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana. Fu un eccidio annunciato all’ombra della trattativa tra istituzioni e mafia. E in tanti tornano a chiedere, con forza, la verità

Nelle indagini sulla strage di Via D”Amelio c’è stato “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”, con servitori infedeli dello Stato che convinsero piccoli criminali a trasformarsi in pentiti di Cosa nostra per costruire una falsa verità sull’attentato. Nel 26esimo anniversario dell’eccidio del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta, le commemorazioni partono da qui. Dalle motivazioni, depositate venti giorni fa, della sentenza della Corte d’assise di Caltanissetta, che nell’aprile 2017 ha concluso l’ultimo processo sulla strage del 19 luglio 1992. Un colossale depistaggio di Stato all’ombra della trattativa tra uomini delle istituzioni e cosa nostra. E oggi, i familiari delle vittime e i tanti che non hanno dimenticato, tornano a chiedere verità. La sentenza non chiude affatto il caso, nonostante i due ergastoli per Salvino Madonia e Vittorio Tutino, i dieci anni a testa per Francesco Andriotta e Calogero Pulci (estraneo al contesto stragista) e la dichiarazione di prescrizione per Vincenzo Scarantino, i tre falsi pentiti che avevano depistato le indagini.

 

LA STRAGE ANNUNCIATA – Il 19 luglio 1992 una Fiat 126 rubata contenente circa 90 chili di tritolo esplose in via D’Amelio 21, nel cuore di Palermo, sotto il palazzo dove viveva la madre di Paolo Borsellino, presso la quale il giudice quella domenica si era recato in visita. Persero la vita il magistrato e i cinque agenti della scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Una strage annunciata: tutti sapevano che Borsellino era il prossimo obiettivo della mafia, a partire dal magistrato, ma nulla si fece per evitare l’omicidio. Borsellino, addirittura, ebbe certezza che fosse arrivato l’esplosivo destinato a lui. Era noto che fosse lui il prossimo bersaglio, dopo il massacro del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo, all’altezza dello svincolo autostradale di Capaci, il 23 maggio. Era appena 56 giorni prima di via D’Amelio, un botto che sconvolse il paese: due avvenimenti troppo ravvicinati, per non interrogarsi.

 

LE CELEBRAZIONI DI OGGI – La famiglia Borsellino stamane si è recata nella Chiesa di San Francesco Saverio all’Albergheria, comunità impegnata per il riscatto del territorio, a cui è da sempre legata. Messa alle 8.30 celebrata dal ‘parroco di frontiera’, don Cosimo Scordato. Mobilitati magistrati, forze dell’ordine, Agende rosse e giornalisti, ma soprattutto bambini e ragazzi che ‘occuperanno’ via D’Amelio. Qui, nella voragine lasciata dall’esplosione, per iniziativa della madre di Paolo Borsellino, Maria Pia Lepanto, l’anno dopo la strage venne piantumata una piantina di olivo proveniente da Betlemme, grazie alla solidarietà del Movimento per la Pace delle Donne in nero palestinesi e israeliane, della Comunità araba e della Comunità Salesiana di Cremisan e delle Ong Ciss di Palermo e Cocis di Gerusalemme. Un simbolo di rigenerazione, di solidarietà, di pace, d’impegno civile, di giustizia per tutti i popoli. Sempre oggi, alle 9.30 la tappa dell’Anm al Giardino della memoria di Ciaculli, mentre nel pomeriggio, alle 17.30, al collegio San Pietro a Marsala è in programma una tavola rotonda con due sessioni (“Paolo Borsellino: il coraggio e l’esempio” e “Emanuela Loi e le donne vittime della mafia”), a cui partecipano, tra gli altri, Francesco Minisci, presidente dell’Associazione nazionale magistrati, e Luca Palamara.

 

LE 13 DOMANDE DI FIAMMETTA BORSELLINO – Fiammetta Borsellino, figlia del giudice assassinato, ha più volte puntato il dito contro i silenzi, le inerzie e i depistaggi istituzionali.  Alla vigilia dell’anniversario della strage, è tornata a denunciare dalle colonne di Repubblica “un depistaggio iniziato allora, ordito da vertici investigativi e accettato da schiedere di giudici”.

Scrive Fiammetta Borsellino: “Ci sono domande che io e i miei fratelli Manfredi e Lucia non smettiamo di ripetere, che non possono essere rimosse dall’indifferenza o da colpevoli disattenzioni”.

Queste le 13 domande sul depistaggio che ancora aspettano una risposta:

“Perchè le autorità locali e nazionali preposte alla sicurezza non misero in atto tutte le misure necessarie per proteggere mio padre, che dopo la morte di Falcone era diventato l’obiettivo numero uno di Cosa nostra? Perchè per una strage di così ampia portata fu prescelta una procura composta da magistrati che non avevano competenze in ambito di mafia? L’ufficio era composto dal procuratore capo Giovanni Tinebra, dai sostituti Carmelo Petralia, Annamaria Palma (dal luglio 1994) e Nino Di Matteo (dal novembre ’94). Perchè via D’Amelio, la scena della strage, non fu preservata consentendo così la sottrazione dell’agenda rossa di mio padre? E perchè l’ex pm allora parlamentare Giuseppe Ayala, fra i primi a vedere la borsa, ha fornito versioni contraddittorie su quei momenti? Perchè i pm di Caltanissetta non ritennero mai di interrogare il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco, che non aveva informato mio padre della nota del Ros sul “tritolo arrivato in citta'” e gli aveva pure negato il coordinamento delle indagini su Palermo, cosa che concesse solo il giorno della strage, con una telefonata alle 7 del mattino? Perchè nei 57 giorni fra Capaci e via D’Amelio, i pm di Caltanissetta non convocarono mai mio padre, che aveva detto pubblicamente di avere cose importanti da riferire? Cosa c’è ancora negli archivi del vecchio Sisde, il servizio segreto, sul falso pentito Scarantino (indicato dall’intelligence come vicino ad esponenti mafiosi) e sul suo suggeritore, l’ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera?”.

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