Ha dato voce agli ultimi, sfidato i salotti e combattuto ogni forma di conformismo
È morto Goffredo Fofi, saggista, scrittore, educatore, critico cinematografico e figura centrale della cultura italiana del secondo Novecento. Aveva 88 anni. Con lui se ne va una voce libera e necessaria, capace di unire passione civile e rigore critico come pochi nel panorama culturale italiano.
Nato a Gubbio, cresciuto nel Sud e poi a Napoli, si è formato nella scuola dell’attivismo sociale nonviolento di Danilo Dolci, tra i braccianti siciliani alla fine degli anni ’50. È da lì che prende forma una visione militante della cultura, mai fine a sé stessa, sempre intrecciata all’urgenza dell’intervento concreto. Una traiettoria che lo porterà, nei decenni, a essere molto più che un critico: un vero animatore culturale, capace di creare reti, riviste, spazi di confronto.
Una vita per gli ultimi
A Napoli, città che amava profondamente, fu tra i promotori nel 1972 della Mensa dei bambini proletari nel quartiere di Montesanto. Un gesto che dice più di mille parole sul suo impegno per una cultura che non rimanesse chiusa nei salotti, ma si sporcasse le mani. Un impegno che lasciò il segno anche in chi, da quella cultura, era stato escluso.
Come nel caso di Nino D’Angelo, che con parole intense e commosse ha ricordato il ruolo determinante che Fofi ha avuto nella sua vita:
«Caro Goffredo, la tua scomparsa mi ha colpito profondamente. Da quando ho saputo che te ne sei andato, porto un dolore dentro che non si riesce a spiegare. È un dolore fatto di gratitudine, di riconoscenza, di tutte le cose belle che mi hai regalato e che oggi pesano nel cuore più che mai.
Tu, con la tua mente acuta e il tuo sguardo gentile, mi hai cambiato la vita. In un tempo in cui la cultura ufficiale mi considerava soltanto un cantante popolare, uno di “serie B”, tu hai avuto il coraggio di guardare oltre.
Mi hai preso sul serio, senza farmi sentire un oggetto di folklore o un fenomeno da baraccone. Mi hai ascoltato. E poi hai parlato per me, quando nessuno voleva ascoltarmi.
Hai spezzato quel muro che separava “la cultura alta” dalla mia voce, dal mio cinema, dalle mie canzoni.
Tu sei stato – e sarai sempre – il mio unico, vero sdoganatore. Ma sei stato molto di più: un maestro, un fratello maggiore, un compagno di strada.
Mi hai insegnato che la cultura non è snobismo, ma amore, attenzione, memoria. Mi hai fatto sentire che anche un artista del sottoproletariato, come amavi dire tu, può essere stimato.
Non ti dimenticherò mai.»
Un tributo che non è solo personale, ma collettivo. Perché Fofi è stato davvero il “sdoganatore” di molte voci marginali, che la cultura ufficiale preferiva ignorare.
Le riviste, i libri, la critica
Fofi non ha mai smesso di scrivere. Ha collaborato con le principali testate italiane – Avvenire, il Manifesto, Il Sole 24 Ore, l’Unità, Internazionale, FilmTv, Confronti – e ha diretto riviste fondamentali per almeno tre generazioni di intellettuali: dai Quaderni Piacentini a Ombre Rosse, da Linea d’Ombra a Lo Straniero, fino a Gli Asini, di cui è stato il cuore pulsante fino all’ultimo. Con uno stile inconfondibile, lucido e affilato, Fofi ha raccontato il cinema, la letteratura, la politica, sempre rifiutando l’omologazione e il compromesso.
Celebre la sua posizione contro la cultura ridotta a intrattenimento, denunciata nel pamphlet L’oppio del popolo (Elèuthera): un grido contro il vuoto spettacolare che svuota il pensiero. Ma Fofi non era un misantropo: semplicemente odiava la superficialità, e si opponeva all’“io” solitario, convinto che “il lavoro di gruppo fosse l’unica lezione imparata davvero dalla guerra”.
Tra i suoi molti libri, resta fondamentale la bellissima monografia su Totò, scritta con uno sguardo capace di cogliere la profondità politica e poetica del comico napoletano, figura a lui carissima.
Un intellettuale disorganico, ma mai solo
La sua è stata una militanza culturale vissuta senza appartenenze partitiche, ma mai isolata. Non fu mai un intellettuale di corte, anzi: amava stare ai margini, “da dove si vedono meglio le storture del centro”. La sua voce era scomoda, ma necessaria. La sua presenza una guida per chi crede ancora che la cultura debba essere uno strumento di emancipazione.
Con la sua scomparsa, la cultura progressista italiana perde uno degli ultimi veri intellettuali del ’900. E non solo un intellettuale: un uomo libero.
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