Goethe e l’Italia, quel manoscritto e i nuovi studi nel convegno al Suor Orsola

La scoperta di un inedito del poeta tedesco alla base dell’incontro di ieri

Un’inattesa scoperta d’archivio alla base di un convegno di studi in onore di un grande poeta tedesco per il quale l’Italia fu la panacea dei suoi mali interiori. Presso la Biblioteca Pagliara dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli alcuni studiosi hanno relazionato sulla vita e sull’attività letteraria di Johann Wolfgang Goethe del quale di recente è stata rinvenuta all’interno di uno dei fondi letterari di proprietà dell’Ateneo una lettera destinata ad un suo amico, l’archeologo Wilhelm Dorow. Il manoscritto, intestato “Karlsbad, 29 agosto 1818”, scritto due anni dopo la pubblicazione del libro “Viaggio in Italia” (di cui ricorrono nel 2016 i duecento anni) per rifiutare una proposta di partecipazione a una campagna di scavi, sancisce una lontananza sia fisica che spirituale con il clima culturale legato ai suoi giorni trascorsi circa trent’anni prima nella penisola: “Se i miei viaggi mi avessero condotto a Wiesbaden, il luogo e la presenza dei tesori ritrovati, e anche la competenza e lo sguardo di Sua Signoria – si legge nel testo che era oggi visibile ai presenti in una teca – probabilmente mi avrebbero fatto accettare la Sua richiesta, invece, da lontano sorgono problemi alla composizione di un’introduzione appropriata che io non mi sento di affrontare. Ora sono molto distante da studi di tal genere”.
I relatori del convegno hanno illustrato anzitutto l’influenza esercitata dal poeta tedesco su alcuni noti personaggi storici: “In una lettera forse mal catalogata come destinata ad Heidegger del 1933, a firma di Gentile da Gabetti si legge che l’Istituto Italiano di Studi Germanici fu fondato da Mussolini che era amante della cultura tedesca e di Goethe”. Con queste parole Roberta Ascarelli, attuale presidente del medesimo Istituto, ha esordito nel suo intervento sottolineando altresì che secondo il Duce “Goethe più di tutti poteva spiegare l’antichità e la vitalità di Roma antica”, il cui mito tuttavia produsse inevitabili storture nella trasmissione dell’immagine biografica e letteraria dell’insigne letterato.
Emma Giammattei, docente di Letteratura Italiana dell’Università Suor Orsola Benincasa, ha rivolto la sua attenzione a due uomini illustri del Novecento quali Thomas Mann e Benedetto Croce, accomunati da un intimo rapporto con la produzione goethiana. Il primo ne diede ampia celebrazione in un discorso a Weimar nel 1932, a cent’anni dalla morte del poeta, ricordandone l’”atto di scrivere simulato nella sua agonia”, a dimostrazione di quanto questa attività nella sua vita avesse saputo “sciogliere” ciò che è corporeo e allo stesso tempo consolidare i prodotti dello spirito. Il secondo, Benedetto Croce, risentì per tutta la carriera del fascino di Goethe, dai primi scritti eruditi di fine Ottocento sino alla pagina finale dei Taccuini di lavoro. “Nell’ultima pagina del 1950, per mano della figlia Alda che scrive sotto dettatura – ha ricordato Giammattei – Croce preannuncia la fine del suo Io empirico di scrittore e così narra la propria morte, cioè l’inenarrabile, quel gesto impossibile che è nella simulazione goethiana raccontata da Mann. Croce, raccontando la classicità inquieta di Goethe, vuole dunque rappresentare in modo subdolo il proprio caos interiore”.
Marino Freschi, germanista dell’Università di Roma Tre, leggendo alcuni stralci delle lettere scritte da Goethe in Italia, ha voluto evidenziare la profonda crisi esistenziale del poeta come motivo alla base del suo viaggio :” Sin dalla prima lettera datata 1 novembre 1786, Goethe parla di una malattia dalla quale sente di poter guarire solo giungendo in Italia. In effetti, scrivendo da Roma il 20 dicembre del medesimo anno, parla di sé come un architetto che ha capito di aver costruito male una torre e che ora non esita più ad abbatterne le fondamenta: dunque Roma è il luogo che gli consente di riscoprire la sua identità di poeta che forse aveva dimenticato lavorando alla corte di Weimar”. Bellissime le parole sempre dedicate da Goethe a Napoli e rimarcate da Freschi: “Visitando un giorno la grotta di Posillipo al tramonto, Goethe avrebbe affermato:” Siano perdonati tutti coloro che a Napoli escono fuori di senno!”.
Ad arricchire la panoramica degli studi, uno sguardo verso gli stretti congiunti del poeta. Il padre Johann Caspar, secondo Albert Meier, docente dell’Università di Kiel, fu un profondo classicista da Grand Tour, forse fin troppo freddo verso gli usi e costumi dei napoletani: “Le cose fritte con oglio incommodavano molto il suo naso tedesco! A differenza del figlio, che seppe apprezzare la cucina napoletana e gli scenari tipici dei mercati alimentari. Johann Caspar avrebbe addirittura preferito i fagioli e le salsicce ai ferri di una delle pochissime “trattorie” tedesche di Napoli piuttosto che le bontà gastronomiche locali. Anche nel racconto delle tradizioni religiose, come lo scioglimento del sangue di San Gennaro, egli dimostra un certo fastidio ”. Molto tribolata, infine, l’esistenza del figlio, August, che a Roma a causa di un’overdose d’alcool trovò la morte:” Il viaggio in Italia non sortisce su August lo stesso effetto guaritore che produsse sul padre – ha affermato Paola Paumgardhen, docente di Letteratura tedesca dell’Università Suor Orsola Benincasa – Giunto nella penisola per ricalcare sia le orme paterne che quelle di Napoleone, suo mito, August riesce a trovare pace solo nella visione di Napoli, Sorrento, Amalfi, Pompei. L’amore eccessivo per il vino, eredità materna, lo porta così alla morte a Roma dove il suo corpo, indicato nell’epigrafe semplicemente come quello del “figlio di Goethe”, giace ancora oggi sotto la Piramide Cestia”.

 

Angelo Zito

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