Argentina: Oggi più che mai necessitiamo di memoria collettiva

Oggi  24 marzo,  in Argentina è il “Dìa Nacional de la Memoria por la Verdad y la Justicia”,  il giorno in cui si commemorano tutte le vittime della dittatura del ’76. Il Desk ha intervistato a Carlos Muñoz, prigioniero sopravvissuto alla dittatura militare. Intervista in esclusiva, grazie al prezioso contributo di Antonio Sparano, laureato napoletano, vincitore di una borsa di studio a Buenos Aires

È un primo pomeriggio di una calda domenica di inizio marzo (nrd questa intervista risale al 4 marzo, giorno delle elezioni italiane) quando, scendendo dalla Calle Ramallo, imbocco Avenida Libertador. Giusto il tempo di attraversare la grande via, e davanti a me si eleva maestoso e sinistro il grande complesso architettonico della ex ESMA, fino al febbraio del 1976 Scuola di Meccanica della Marina Argentina, ma poi divenuto, a partire dal 24 marzo dello stesso anno, ovvero dall’avvento della dittatura militare, anche, e soprattutto, uno dei 600 centri clandestini di detenzione (CCD) dove venne attuata la politica di terrore del regime. Proprio come i campi di sterminio durante le dittature nazi-fasciste, i CCD furono lo spettro della politica repressiva dello Stato: il luogo dove si consumò il piano di sterminio e sparizione di migliaia di persone, il cui unico torto fu quello di non sottomettersi, in primis nello spirito, al modello politico, culturale e socioeconomico instaurato dalla giunta militare. Dopo la caduta del regime, il complesso continuo per molti anni a fungere da scuola di formazione dell’armata, fino a quando il 24 marzo del 2004 l’allora presidente Néstor Kirchner decise che doveva diventare uno “Spazio della Memoria e dei Diritti Umani”.

All’entrata del museo mi attende Carlos Muñoz, un sopravvissuto alla prigionia nell’ESMA: abbiamo un appuntamento per un’intervista. Ho conosciuto Carlos in una precedente visita al museo: in quella occasione faceva da guida a noi visitanti. Durante questo primo nostro incontro Carlos accennò anche alla sua esperienza di deportato politico, e quando alla fine della visita al “museo della Memoria” gli proposi un’intervista da pubblicare in Italia, si mostrò subito disponibile.

Ci spostiamo nel grande salone del Centro Cultural de la Memoria “Haroldo Conti”, dove c’è un’area bar ed una libreria, e lì ci sediamo ad uno dei tanti tavolini. Carlos si siede di fronte a me. Lo guardo e gli chiedo se è pronto. Lui mi guarda, resta un momento in silenzio, quasi a voler raccogliere le idee ed ricordi, poi, accompagnato da un cenno della testa, mi dice di si, che possiamo iniziare.

 

Carlos, raccontaci cosa accadde quella notte del 21 di novembre del ’78, quando tu e la tua compagna Ana foste prelevati dal vostro appartamento e condotti alla ESMA.

Prima di raccontare di quella che per me fu la fatale notte, è necessario spiegare il perché fummo presi. Va detto che a quell’epoca ero militante di un’organizzazione politica. Nel mese di novembre, la persecuzione nei confronti del nostro gruppo si era molto inasprita: erano già 20 giorni che molti dei miei compagni e amici erano spariti, e quelli di noi che erano ancora liberi vivevano, oramai, in clandestinità. Il giorno prima del sequestro, il 20 di novembre, ebbi un incontro veloce con compagno, poi divenuto anch’egli desaparecido, che mi consigliava vivamente di prendere Ana e fuggire, perché la situazione si era fatta critica. Così il giorno successivo, quel fatale 21 di novembre, andai a lavoro (all’epoca ero operaio grafico) per rassegnare le mie dimissioni. Quando nel tardo pomeriggio ritornai all’appartamento in cui vivevamo io ed Ana avevo oramai preso la decisione che, quella stessa notte, lo avremmo lasciato. Quella sera, però, la mia compagna non stava tanto bene: aveva la febbre; per cui decidemmo di fermarci per un’altra notte, e partire il giorno dopo. Quella decisione fu per noi fatale! In realtà, come poi sono venuto a sapere, la polizia aveva programmato l’operazione della nostra cattura fin dal primo pomeriggio: avevano tagliato le vie di accesso al edificio e circondato completamente l’aerea. Quella sera non mi accorsi di nulla, di nessun movimento: probabilmente, come ho già detto, mentalmente ero molto stanco per tutta la situazione, così che involontariamente fui meno attento del solito. Quando decisero di fare irruzione nella casa, doveva essere intorno alla mezzanotte. Noi eravamo a letto. Da quando la nostra situazione si era fatta più critica, ero solito dormire con due pistole sotto al cuscino; cosi che quando senti le loro grida e che provavano a buttare giù la porta di casa, mi alzai dal letto, presi una delle armi, passai dalla camera dove dormiva mio figlio, gli diedi un bacio, e poi mi posi dietro l’entrata dell’abitazione. Quello che accadde subito dopo fu tutto molto rapido: una volta sfondata la porta il primo ad entrare fu il “Rubio”, un uomo alto, al quale puntai subito la pistola alla testa. Lo seguivano però altri due: il “Gordo”, che a sua volta mi punto la pistola al petto, ed una altro poliziotto che, invece, me la punto al fianco. In quel momento presi consapevolezza di quanto fosse disperata la nostra situazione e abbassai l’arma. A quel punto il “Gordo” mi diede un colpo alla testa con calcio della  pistola, in seguito al quale caddi a terra: mi aveva rotto l’osso dietro all’orecchio destro. Immediatamente il “Rubio” e l’altro poliziotto andarono nella camera da letto per prelevare Ana, che, nonostante la confusione, ancora dormiva. La tirarono giù dal letto e le ordinarono di vestirsi velocemente. Nel frattempo, il “Rubio”, che probabilmente doveva essere il capo, ispezionava la casa. Ad un certo punto ritornò dove mi tenevano immobilizzato con una bottiglia di champagne tra le mani, vecchio regalo di mia sorella, che spavaldamente aprì, e tra un sorso e l’altro, guardando prima me e poi i suoi compagni, disse: «Brindo perché questo hijo de puta non mi ha ammazzato!». Quindi, una volta che Ana si era vestita, ci posero in testa una capucha e ci fecero scendere fino all’atrio del edificio. Ricordo che, mentre scendevamo, li sentivo rivolgere imprecazioni agli altri abitanti del palazzo che erano uscita fuori alle scale perché attirati dai rumori e dalle voci, e dar loro l’ordine di rientrare nelle proprie case e chiudere porte e finestre. Ricordo che, quando giungemmo all’esterno del condominio, c’era un silenzio irreale. Quindi, le guardie  fecero entrare me in una macchina e Ana in un’altra, e ci portarono all’ESMA.

 

Puoi descriverci le condizioni in cui eravate costretti a sopravvivere tu e i tuoi compagni? Le emozioni con le quali affrontavate quella terribile e assurda esperienza?

 

Prima che ci portassero all’ESMA, sia io che Ana immaginavamo che questo potesse essere uno dei siti possibili della nostra detenzione: in base alle informazioni possedute dalla nostra organizzazione politica, sapevamo infatti che l’ESMA era un centro clandestino di detenzione. Come tutti i 5000 compagni e compagne che sono passati di qui, anche per noi la prima tappa fu l’edificio del Casino de Oficiales, dove ti sottoponevano al cosiddetto “interrogatorio”: si trattava, in realtà, di torture brutali, tra cui l’uso di scariche elettriche anche in parti intime del corpo. Attraverso un corridoio, che le guardie chiamavano crudelmente la avenida de la felicidad, mi condussero ad una piccola stanza,  la numero 3 (erano numerate); e lì anch’io fui “interrogato”, ossia picchiato e sottoposto a scariche elettriche per almeno due ore. Ho un’idea del tempo che trascorse, perché durante tutta l’operazione fu tenuta accesa una radio a volume molto alto; sicché, più o meno, potei rendermi conto di quanto durò. Dopo mi condussero all’ultimo piano dell’edificio, dove c’erano un’altra ventina di compagni e compagne: mi incappucciarono, mi legarono mani e piedi, e mi assegnarono un numero, il 261 (ad Ana assegnarono il 262). Da quel momento in poi io non avevo più nome, non ero più Carlos. Per essere precisi: si trattava di una serie che arrivava fino al 999 per poi ricominciare da zero; per cui il sottoscritto, in realtà, era il 4261º ad essere passato per quella prigione. Mi spostarono, poi, in una capuchita, che era il nome con cui identificavamo il ristretto spazio assegnato a ciascun prigioniero, e li stetti per circa tre mesi, legato, con la capucha sul capo e rivolto vero il muro, e con Ana, anch’essa incappucciata e legata, alle mie spalle. Lì, ovviamente, era tassativamente d’obbligo il silenzio; solo a volte, quando era di turno qualche guardia che ancora conservava una minima parvenza di umanità, e che per questo chiamavamo “buona”, potevamo scambiare qualche parola tra di noi. Ci davano tre “pasti” al giorno, ovviamente miseri (una specie di mate a colazione, un pezzo di carne con pane a pranzo, e una frutta la sera), ma sufficienti alla nostra sopravvivenza. Un giorno, vennero da me, mi alzarono la capucha,  mi posero un foglio sotto agli occhi e mi chiesero se sapevo fare ciò che c’era impresso sopra. Ricordo che la stanza era molto buia e quasi non si vedeva nulla, ma non mostrai alcuna esitazione e dissi subito si, che lo sapevo fare. Quindi mi portarono nella cantina dell’edificio, nella stessa stanza dove mi avevano interrogato il primo giorno; e qui venne un ufficiale che mi mostrò quello che dovevo fare: falsificare passaporti uruguaiani. Mai avrei pensato che nello stesso luogo dove si svolgevano le torture, dove si spostavano i prigionieri destinati ai cosiddetti “voli della morte”, ci fosse anche un laboratorio fotomeccanico e una centrale di falsificazione dei documenti. Ciò che dovetti fare quel giorno era la fotocromia per falsificare i passaporti. Quando terminai, venne un altro a controllare il mio lavoro: ricordo che fu molto meticoloso. Nel frattempo, si sentivano le voci, o meglio, le grida delle persone torturate: era tremendo! Quando terminò di controllare il mio lavoro, si voltò verso di me e mi disse queste testuali parole: «Flaco, ti sei salvato la vita: resti con noi!». Lavorai per un anno intero in quel laboratorio, dopo di che mi concedettero la libertà vigilata, vale a dire che mi rilasciavano, ma controllandomi costantemente: a casa, a lavoro, dovunque, insomma.

 

Come vivesti la tua liberazione? Oltre al dolore per la morte di Ana, che non sopravvisse alla detenzione, come ti sentivi nei confronti degli altri compagni ancora prigionieri?

 Premetto che, in tutto il periodo in cui fui detenuto, ebbi la “fortuna”, se così si puo dire, di non dover condividere quella esperienza con nessun amico o amica, fatta eccezione per Ana, ovviamente. Ciò mi consentì, sul piano della tortura, di non essere ricattabile, e, in generale, di poter sopportare con maggiore lucidità la prigionia. Chiarisco questo passaggio perché non sia frainteso: il dolore per coloro che sono morti durante quei terribili anni è immenso e nessuno potrà cancellarlo in tutti coloro che, come me, sono sopravvissuti; anzi, il sottoscritto si porta dentro quasi un senso di colpa per il fatto di essere ancora vivo mentre molti degli altri compagni e compagne non ce l’hanno fatta. Voglio solo precisare che, quando prima ho detto che sono stato “fortunato” a non condividere quella esperienza con altri amici, intendevo dire che se ciò fosse successo la mia prigionia sarebbe stata certamente ancora più dura di quanto non lo fosse già stata e, soprattutto, avrei avuto un senso di colpa ancora maggiore verso coloro che ci hanno lasciato la pelle; un dolore così grande che, probabilmente, mi avrebbe reso il resto della vita insopportabile. Questo, ripeto, non significa che stia bene: posso assicurarvi che tutte le vittime di quel orrore hanno vissuto e vivono con molta difficoltà il ritorno alle democrazia. Ricordo che appena caduto il regime c’era molta gente che ci guardava con diffidenza; alcuni, addirittura, pensavano che fossimo spie del vecchio regime. Tutto questo, come si può immaginare, rendeva la nostra sopravvivenza ancora più dura, perché al ricordo terribile di quanto vissuto nel campo e al dolore per la perdita di numerosi compagni e compagne, si aggiungeva la scarsa comprensione, per non il dire il sospetto di una parte della popolazione. Ovviamente, col tempo e con l’emergere della verità, questa situazione è andata migliorando; tuttavia, il senso di colpa verso chi non si è salvato resta, ed è una cosa che ti porti dentro per tutta la vita.

 

E di pochi giorni fa la notizia della morte del generale Luciano Benjamín Menéndez (ndr è morto il 27 febbraio), noto come la “Heina de Cordoba”, uno dei più crudeli gerarchi della dittatura del ’76, e, tuttavia, la notizia è stata solo accennata dalla gran parte di media locali. Ebbene, a riguardo volevo chiederti se anche tu pensi che ci sia una parte della società argentina che tenda ad occultare questa pagina triste e dolorosa della sua storia.

Dunque, va detto innanzitutto che bisogna distinguere tra due piani: quello dei mezzi di comunicazione e quello della gente comune. I media argentini furono complici della dittatura, ossia si asservirono alla dittatura nascondendo ciò che succedeva, e arricchendosi grazie ad essa. Inoltre, ancora oggi, alcuni giornali conservatori, come ad esempio La Nación, ogni tanto pubblicano articoli in cui pretendono di riabilitare la dittatura cercando di giustificarla con la solita e falsa scusa di voler combattere le organizzazioni “sovversive” che, in quegli anni, avrebbero minacciato l’ordine sociale. Questa specie di apologia mediatica della dittatura è più frequente quando c’è un governo che a sua volta mostra tolleranza, per non dire simpatia, verso quel periodo storico e quel tipo di regime, come ad esempio quello attuale di Mauricio Macri. Per quanto concerne invece la popolazione argentina e il modo con cui si rapporta con il tema della dittatura, devo dire che ho riscontrato una grande partecipazione per le nostre battaglie in nome della memoria, della verità e della giustizia. A tal proposito, voglio ricordare solo un episodio, tra l’altro abbastanza recente, che forse rende bene l’idea di quanto ho appena detto. Quando il passato autunno la Corte Suprema aveva intenzione di emanare il dos por uno: una sorta di indulto verso i detenuti, che dimezzava le loro pene, ma che, cosa grave e indegna, intendeva includere anche coloro che si erano macchiati di crimini di Stato durante la dittatura, ricordo che l’indignazione e la protesta della popolazione di tutto il paese fu enorme. Ricordo che alla manifestazione contro tale abominevole proposta, tenuta del 10 maggio del 2017 a Plaza de Mayo, non c’erano solo organizzazioni politiche, sindacali, le associazioni, ma anche gente comune: famiglie con figli, giovani, vecchi, bambini; tutti insieme a gridare il loro “NO!” ad un atto ingiusto che non solo avrebbe macchiato la memoria delle vittime di quei criminali, ma la dignità di una nazione intera. Ripeto: è vero che buona parte dei media, alcune forze politiche e alcuni settori della società argentina tendono a stigmatizzare il tema della memoria e del rispetto dei diritti umani, ma credo che, in generale, gli argentini siano consapevoli dell’importanza di tener vivo il ricordo di quei tremendi anni e soprattutto di difendere la verità, affinché quegli orrori non ritornino mai più.

 

Oggi in Italia si vota per eleggere il parlamento nazionale, e tra le liste che vi partecipano ci sono molte che si rifanno a idee xenofobe. Visto come sono andate nel recente passato le elezioni politiche in molte nazioni europee, con l’affermazione forte di movimenti di estrema destra, e vista la possibilità reale di una loro vittoria anche in Italia, anche tu pensi che nel mondo, e soprattutto in Europa, ci sia seriamente il rischio che possa ritornare la nostalgia per regimi autoritari e violenti come quello nazista e fascista, o quello militare del ’76? E secondo te, cosa si potrebbe e dovrebbe fare per scacciare l’ombra di questo mostro che minaccia la libertà e la pace delle nazioni e del mondo?

      Anch’io penso che, in questi ultimi anni, ci sia nel mondo intero, ma soprattutto in Europa, il che è molto preoccupante, una sorta di rinascita della destra più violenta e pericolosa. Sembra quasi che la Storia non abbia insegnato nulla agli europei. La stigmatizzazione degli immigrati provenienti da luoghi di guerra e povertà, in fuga verso l’Europa, è una cosa vergognosa. Ho l’impressione che si stia diffondendo la meschina tendenza a colpevolizzare i più deboli, i più fragili, di tutti i mali che, in realtà, nascono dal capitalismo e dalle grandi corporazioni. Anche qui in Argentina, con il governo attuale, si sta avviando una campagna di demonizzazione degli immigrati, con lo scopo di deviare l’attenzione dei cittadini dai disastri sociali ed economici causate dalle sue disastrose politiche neo-liberiste. Paraguaiani, peruviani, venezuelani, ecc., che qui lavorano e pagano le tasse, vengono spesso accusati di sfruttare il nostri sistemi sanitari ed educativi gratuiti, o, peggio, di portare in Argentina solo delinquenza, prostituzione, droga, ecc.. Si tratta, come si può notare, dello stesso linguaggio di diffidenza e d’odio che si sta diffondendo in Europa nei confronti degli immigrati africani ed asiatici, e questo, ripeto, mi preoccupa molto. Io non penso che esista una ricetta sicura per invertire questo processo, ma sono convinto che ciascuno di noi, impegnato in organizzazioni umanitarie, politiche, sindacali, nel mondo dell’educazione come nel tuo caso, e nei pochi media liberi e indipendenti che ancora esistono, debba  fare la sua parte nel combattere questi grandi mali che sono la xenofobia e i fascismi. È necessario parlare con la gente, confrontarsi con le persone ogni volta che ne abbiamo l’opportunità: spiegargli con lucidità e chiarezza che la solidarietà e l’accoglienza sono risorse per qualsiasi paese che aspiri a migliorare, e, soprattutto, fargli prendere consapevolezza del pericolo a cui noi tutti andiamo incontro, non fosse altro perché già successo in passato, se tali orrori ideologici dovessero prendere il sopravvento nella nostra società. In altri termini, noi tutti dobbiamo farci testimoni della memoria, della verità e della giustizia.

                                                                                                                           Antonio Sparano

 

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