Il portavoce della rete «No America’s Cup» racconta il corteo contro la devastazione dell’area: «Mentre si preparano i grandi eventi, migliaia di persone sono ancora fuori casa».
Questa mattina a Bagnoli si è svolta una manifestazione di protesta contro i lavori in corso nell’area dell’ex Italsider e contro le modalità con cui vengono affrontate le questioni ambientali e abitative legate agli interventi. Un corteo di circa 5 mila persone è partito dal Dazio fino a Coroglio. Hanno sfilato gli abitanti di Bagnoli e di Pozzuoli. L’iniziativa di lotta è stata promossa contro la devastazione ambientale, l’emergenza abitativa e quella sanitaria connesse ai lavori per la Coppa America in corso da mesi nel quartiere flegreo.Alla mobilitazione hanno partecipato numerose realtà cittadine: i comitati della rete «No America’s Cup», altri comitati del centro di Napoli, i comitati per il diritto alla casa e gli sfollati di Pozzuoli colpiti dal bradisismo. Al termine della manifestazione abbiamo raccolto la testimonianza di Lamberto Lamberti, portavoce della rete «No America’s Cup».
Lamberti, che cosa rappresenta la manifestazione di oggi?
«È una contestazione dei lavori che si stanno realizzando a Bagnoli, in un’area che porta ancora con sé un disastro ambientale che è sotto gli occhi di tutti, nonostante le rassicurazioni del sindaco-commissario Gaetano Manfredi. Oggi abbiamo visto una partecipazione molto ampia. Non c’erano soltanto i comitati della rete “No America’s Cup”, ma anche realtà provenienti da diverse zone della città, i comitati del centro di Napoli, quelli impegnati sul diritto alla casa e, soprattutto, gli sfollati di Pozzuoli, persone che sono state letteralmente abbandonate dopo il bradisismo. Parliamo di circa 5 mila persone che si aggiungono agli sfollati di Bagnoli e a una situazione abitativa già drammatica. Sono persone che, dopo le scosse di terremoto dovute al bradisismo, continuano a vivere una condizione di grande precarietà. Noi siamo stati al loro fianco e oggi sono venuti a Bagnoli per manifestare insieme a noi».

La protesta ha assunto anche una forma simbolica molto forte. Che cosa è accaduto?
«Alcune persone hanno piantato le tende davanti all’ingresso dell’area dei lavori della colmata. È stato un modo per mettere fisicamente in evidenza quello che sta accadendo: da una parte si continua a lavorare e a trasformare il territorio, dall’altra ci sono cittadini che non hanno una casa e sono costretti a vivere in una situazione di emergenza. È una contraddizione enorme. Mentre si racconta una Napoli proiettata verso i grandi eventi internazionali, ci sono persone che sono fuori dalla propria abitazione perché il terremoto e il bradisismo hanno reso impossibile viverci».
Uno dei temi centrali della vostra protesta riguarda l’ambiente e, in particolare, l’inquinamento provocato dagli interventi. Cosa contestate?
«Le rassicurazioni del sindaco Manfredi sull’inquinamento fanno un po’ sorridere. Oggi ci viene detto che era prevedibile il rilascio di determinate sostanze durante i lavori. Il commissario De Rossi ha affermato che si sapeva che ci sarebbe stato questo rilascio. Ma allora stiamo parlando di qualcosa che era già conosciuto. Io stesso ho fatto sondaggi nell’area vent’anni fa e sapevo cosa c’era sotto. E non lo sapevo soltanto io. Il problema era evitare di rimobilizzare quelle sostanze e impedire che entrassero in contatto con l’acqua e con l’ambiente circostante, creando composti e condizioni di contaminazione particolarmente pericolosi. La questione, quindi, non è scoprire oggi che sotto Bagnoli c’è dell’inquinamento: questo era noto. La questione è capire come si interviene senza provocare una nuova dispersione degli inquinanti».
E la puzza che molti cittadini segnalano? È un indicatore del problema?
«La puzza è soltanto l’elemento più evidente, quello che arriva immediatamente alle persone. Ma il problema è ciò che viene respirato nei quartieri. L’odore arriva anche fuori da Bagnoli, verso Fuorigrotta e Soccavo, e questo dovrebbe essere motivo di grande attenzione. Non possiamo limitarci a dire che si tratta di un cattivo odore. Bisogna capire che cosa viene immesso nell’ambiente e quali sono le conseguenze per chi vive nei quartieri circostanti».

Avete contestato anche la gestione dell’informazione attorno ai lavori. Perché?
«C’è un’altra cosa che stride molto. Questa sera il TG3 nazionale ha dedicato un servizio di circa un minuto e mezzo, quasi due minuti, alla contestazione dei comitati della rete “No America’s Cup”. Un servizio che ha dato spazio alla protesta, oltre a occuparsi della Coppa America. Al contrario, il TGR Campania ha dedicato alla contestazione soltanto pochi secondi. È una differenza che fa riflettere, soprattutto considerando quello che, a nostro avviso, è stato finora un sostanziale oscuramento delle proteste contro le opere che si stanno realizzando a Bagnoli».
Secondo voi esiste una distanza tra la narrazione della città e ciò che accade realmente nei quartieri?
«Sì. Mentre il commissariato racconta una Napoli bella, efficiente, funzionante e capace di attirare eventi internazionali, c’è un’altra Napoli che vive problemi concreti e quotidiani. C’è gente che è fuori casa perché non ha dove dormire. Ci sono gli sfollati di Pozzuoli. Ci sono persone che aspettano risposte sul diritto alla casa. E, contemporaneamente, si continua a investire e a lavorare sulle grandi opere e sulle strutture legate agli eventi. È questa la contraddizione che vogliamo evidenziare».

Un riferimento particolare è stato fatto anche alle strutture realizzate sul lungomare. Che cosa contestate?
«La cosa che stride ulteriormente è che, mentre ci sono persone fuori casa, si interviene con strutture e pedane sul lungomare. La Soprintendenza in passato si era sempre opposta alla costruzione integrale sul lungomare e improvvisamente sono state realizzate quattro pedane, con coperture, senza che sembrasse esserci lo stesso tipo di attenzione manifestata in precedenza. E c’è anche il problema di cosa succederà dopo l’evento: queste strutture resteranno lì per il resto dell’anno? È una domanda alla quale bisogna dare una risposta. Sono cose che, viste accanto all’emergenza abitativa e ambientale, appaiono difficili da comprendere».
C’è poi la questione dei materiali movimentati dai cantieri. Quali sono le vostre preoccupazioni?
«La gente continua a vedere camion che vanno e vengono dall’area dei lavori. E ci sono interrogativi sulle modalità con cui questo materiale viene trasportato e caratterizzato. Sono ormai circa settanta giorni che i cittadini segnalano una situazione che si inserisce in un periodo di diversi mesi di lavori. Abbiamo visto fotografie e video nei quali si documentano camion caricati oltre quelli che, secondo noi, dovrebbero essere i limiti previsti. La nostra preoccupazione è che, quando il materiale viene portato via rapidamente, possano non essere effettuate tutte le procedure previste: dal lavaggio delle ruote alla corretta caratterizzazione del materiale scavato. Il rischio è che il materiale venga allontanato senza una caratterizzazione adeguata. Noi chiediamo semplicemente che tutto avvenga nel rispetto delle normative e delle procedure previste dal piano ambientale. Perché quando si lavora in un’area come Bagnoli non ci si può permettere leggerezze».

Qual è, quindi, la richiesta che arriva dalla manifestazione di oggi?
«La richiesta è molto semplice: trasparenza, controlli e rispetto per le persone che vivono questo territorio. Non siamo contro la riqualificazione di Bagnoli in quanto tale, ovvero, secondo ciò che prevedeva il PRARU(Programma di Risanamento Ambientale e di Rigenerazione Urbana), rimozione della colmata compresa. Contestiamo la “dequalificazione” che stanno compiendo e, nella “dequalificazione”, anche le modalità con cui vengono realizzati gli interventi. Chiediamo che la tutela ambientale e il diritto alla casa vengano messi davanti alla necessità di costruire una narrazione di Napoli come città degli eventi, dalla quale estrarre valore per pochi “eletti”, senza lasciare neanche le briciole ai Cittadini che la vivono. Oggi a Bagnoli abbiamo portato una parte di quella Napoli che normalmente non viene raccontata: quella dei cittadini che protestano, degli sfollati, delle persone che chiedono una casa e di chi vuole sapere che cosa sta succedendo sotto i propri piedi e nell’aria che respira. E continueremo a porre queste domande finché non arriveranno risposte ed azioni chiare».
Ciro Crescentini
