L’operaio di 66 anni non ce l’ha fatta dopo la caduta dal ponteggio nel cantiere del palazzetto comunale. Controlli insufficienti, ordinanze sul caldo, appalti e sicurezza: l’ennesima tragedia impone risposte a istituzioni, sindacati, imprese e politica
Carmine Spirito non ce l’ha fatta. L’operaio di 66 anni, precipitato da un’impalcatura mentre lavorava nel cantiere del palazzetto dello sport comunale di Comiziano in provincia di Napoli, è morto poche ore dopo il ricovero all’Ospedale del Mare di Napoli. Era arrivato in condizioni disperate, intubato e trasferito nel reparto di Rianimazione. Per lui non c’è stato nulla da fare.
Resta ricoverato all’ospedale di Nola il collega Bruno Sirignano, fortunatamente non in pericolo di vita. Ma oggi non basta raccontare una morte. Oggi bisogna raccontare il fallimento di un intero sistema.
Perché ogni volta il rituale è identico. Muore un operaio. Arrivano i comunicati di cordoglio. Le dichiarazioni dei politici. I comunicati dei sindacati. Le promesse di “fare piena luce”. Le bandiere a mezz’asta. I minuti di silenzio. Poi il silenzio diventa oblio. Fino al prossimo morto.
Dove erano i controlli?
Questa è la domanda che nessuno dovrebbe avere paura di porre. Gli ispettori del lavoro e i servizi di prevenzione delle ASL hanno il compito di verificare il rispetto delle norme di sicurezza nei cantieri. Saranno le indagini a stabilire cosa sia accaduto a Comiziano e se vi siano state violazioni. Ma una domanda resta inevitabile: il sistema dei controlli è davvero adeguato?
Perché se gli operai continuano a morire con questa frequenza, significa che la prevenzione non riesce a raggiungere il suo obiettivo. Quanti cantieri vengono realmente ispezionati? Con quale frequenza? Quante irregolarità vengono riscontrate prima che si trasformino in tragedie?
Non è un’accusa ai singoli ispettori, spesso costretti a operare con organici insufficienti. È una critica a un sistema che da anni dimostra di non riuscire a garantire una vigilanza efficace e capillare.
Le ordinanze non salvano vite se nessuno le fa rispettare
La Regione Campania ha adottato ordinanze per limitare o sospendere le attività lavorative nelle ore di caldo estremo. Provvedimenti giusti. Ma una domanda è inevitabile.Se quelle ordinanze vengono ignorate, chi interviene? Chi controlla? Chi sospende realmente i lavori quando il caldo diventa un pericolo concreto? Una norma che resta sulla carta è una norma inutile.La sicurezza non si garantisce firmando un’ordinanza. Si garantisce facendo rispettare ogni giorno ciò che è stato scritto.
Anche il Comune di Comiziano deve delle risposte
L’incidente è avvenuto nel cantiere del palazzetto dello sport comunale. L’ente appaltante è il Comune di Comiziano. Proprio per questo l’amministrazione comunale ha il dovere della massima trasparenza. I cittadini hanno diritto di sapere quali verifiche siano state effettuate durante l’esecuzione dei lavori, come siano stati monitorati il cantiere e il rispetto delle prescrizioni sulla sicurezza e quali controlli siano stati svolti nell’ambito delle competenze previste per una stazione appaltante.
Sarà la magistratura ad accertare eventuali responsabilità penali o amministrative. Ma sul piano politico e istituzionale il Comune non può limitarsi al cordoglio. Ha il dovere di spiegare.
E i sindacati?
Come sempre arrivano le dichiarazioni. “Mai più morti sul lavoro”. “Servono più controlli”. “Bisogna investire nella sicurezza”. Parole che ascoltiamo da decenni. Ma la sicurezza non si difende davanti alle telecamere dopo una tragedia. Si difende ogni giorno nei cantieri con una presenza costante e denunce puntuali. Con iniziative capaci di impedire che un lavoratore salga su un’impalcatura in condizioni di rischio.
Le parole, quando vengono ripetute dopo ogni funerale senza che cambi nulla, finiscono per perdere forza.
Il vero problema si chiama profitto
Ma sarebbe troppo semplice fermarsi alle responsabilità individuali. Perché il problema è molto più profondo. Viviamo dentro un modello economico che misura tutto in termini di costi, produttività e margini di profitto. La sicurezza diventa una voce di spesa. La formazione un costo. I dispositivi di protezione un investimento da contenere. Il tempo necessario per lavorare in sicurezza un ostacolo alla produttività. Le pause dovute al caldo una perdita economica.I controlli un rallentamento.
Gli appalti vengono spesso aggiudicati con logiche che premiano il contenimento dei costi. Le imprese competono su margini sempre più ridotti. I tempi di consegna si comprimono. La pressione economica aumenta lungo tutta la filiera.In questo contesto cresce il rischio che la sicurezza venga percepita come un costo anziché come un valore irrinunciabile.
È un sistema che troppo spesso considera il lavoro soltanto come un fattore produttivo e non come il luogo in cui operano persone, con una famiglia, una storia, una vita. Un’opera pubblica completata in anticipo non vale una vita. Un bilancio in attivo non vale una vita. Un appalto assegnato al prezzo più basso non vale una vita. Nessun profitto potrà mai valere quanto una persona.
Basta retorica
Naturalmente saranno la Procura, i Carabinieri, l’Ispettorato del Lavoro e gli organi competenti a ricostruire l’esatta dinamica dell’incidente e ad accertare eventuali responsabilità.
Ma una responsabilità collettiva è già evidente. Quella di un sistema che continua a intervenire dopo le tragedie invece di prevenirle. Quella di una politica che troppo spesso annuncia senza verificare. Quella di istituzioni chiamate a vigilare con risorse non sempre adeguate. Quella di un modello economico che rischia di mettere la redditività davanti alla dignità del lavoro.
Carmine Spirito aveva sessantasei anni. Era uscito di casa per lavorare. Aveva il diritto di tornarci. Quel diritto gli è stato negato.
Se anche questa morte sarà archiviata con l’ennesimo comunicato di cordoglio, con l’ennesima promessa e con l’ennesima indignazione di circostanza, allora non avremo imparato nulla. Perché la sicurezza sul lavoro non si celebra con un minuto di silenzio. Si costruisce ogni giorno, con controlli veri e responsabilità vere. Con una politica che metta finalmente la vita delle persone davanti a qualsiasi interesse economico.
Perché quando il profitto diventa più importante della sicurezza, il prezzo lo pagano sempre i lavoratori. E quel prezzo, troppo spesso, è la vita.
Ciro Crescentini
