Il 36enne stroncato da setticemia, possibile esposizione a sostanze tossiche nei campi
Un uomo di 36 anni, cittadino indiano, è morto all’ospedale “Ruggi” di Salerno dopo essere stato ricoverato in condizioni già disperate. A causarne il decesso è stata una forma particolarmente aggressiva di setticemia, originata da una grave infezione alle gambe che si era ormai propagata al resto dell’organismo, compromettendo gli organi vitali.
Il paziente era arrivato al pronto soccorso accompagnato da una persona — forse un parente — che, secondo le prime ricostruzioni, si sarebbe allontanata poco dopo averlo lasciato in struttura. Un dettaglio che contribuisce a rendere ancora poco chiari i contorni della vicenda. Tra le ipotesi al vaglio degli inquirenti c’è quella di una possibile esposizione a sostanze chimiche tossiche impiegate in ambito agricolo, avvenuta senza adeguate protezioni. L’uomo potrebbe aver lavorato in condizioni irregolari all’interno di un’azienda del settore agricolo o zootecnico.
La Procura ha disposto il sequestro della salma e avviato un’indagine per ricostruire con precisione quanto accaduto. Gli accertamenti si concentrano sia sulla storia clinica sia sulle condizioni di vita e di lavoro del 36enne, residente nella provincia di Napoli. Tra i punti centrali dell’inchiesta c’è la verifica di eventuali situazioni di sfruttamento o lavoro nero, elementi che potrebbero aver contribuito al peggioramento del suo stato di salute e al ritardo nell’accesso alle cure.
Sul caso è intervenuto anche Enzo Maraio, segretario nazionale di Avanti Psi, che ha sottolineato l’urgenza di fare piena luce sull’accaduto. “Non basta esprimere dolore o indignazione — ha dichiarato —, è necessario accertare le responsabilità e comprendere quali condizioni abbiano portato a una morte così drammatica. È fondamentale anche garantire supporto alla famiglia”. Maraio ha poi allargato lo sguardo al fenomeno delle morti sul lavoro, definendolo inaccettabile in un Paese moderno.
La vicenda richiama alla memoria un altro episodio che aveva suscitato forte indignazione: la morte di Satnam Singh, bracciante indiano deceduto nel 2024 nelle campagne di Latina dopo essere stato abbandonato senza soccorsi in seguito a un grave incidente sul lavoro. Un caso che aveva acceso i riflettori su una realtà ancora diffusa.
Sebbene non vi siano al momento collegamenti diretti tra i due episodi, il contesto in cui maturano è simile. In diverse aree agricole italiane, molti lavoratori stranieri continuano a operare in condizioni precarie: salari insufficienti, orari estenuanti, assenza di tutele e forte dipendenza da sistemi illegali di intermediazione. Il caporalato resta una realtà difficile da sradicare, alimentando un circuito in cui vulnerabilità e sfruttamento si intrecciano.
In questo scenario, anche una malattia o un infortunio possono trasformarsi in tragedie. La paura di perdere il lavoro o di subire conseguenze sul proprio status legale spinge spesso i lavoratori a non denunciare, ritardando l’accesso alle cure e aggravando situazioni già critiche. La morte del 36enne riporta al centro dell’attenzione una questione che continua a interrogare istituzioni e società civile.
Ciro Crrescentini
