l presidente Roberto Occhiuto mantiene in servizio 400 professionisti dall’Avana, fondamentali per ospedali e pronto soccorso, dopo l’incontro con l’inviato Mike Hammer
Le nuove sanzioni varate dagli Stati Uniti contro Cuba non colpiscono solo il settore energetico, ma investono anche la cooperazione sanitaria internazionale dell’isola. Nel mirino dell’amministrazione guidata da Donald Trump è finito il programma che consente a circa 400 medici cubani di lavorare negli ospedali della Calabria, dove da anni sopperiscono a gravi carenze di personale. Washington ha chiesto la cessazione dell’accordo, ritenendolo parte della rete economica che sostiene L’Avana. La Regione Calabria, però, ha deciso di mantenere in servizio i professionisti già presenti, giudicandoli indispensabili per garantire il diritto alla cura. Dopo un confronto con l’inviato statunitense Mike Hammer, il presidente regionale Roberto Occhiuto ha ottenuto che il programma attuale non venga sanzionato, pur rinunciando all’ipotesi di ampliarlo ulteriormente.
È questo il punto di equilibrio raggiunto tra pressioni geopolitiche e necessità sanitarie locali.
Il caso calabrese nasce da una collaborazione avviata in piena emergenza pandemica. Le immagini dei medici cubani arrivati in Italia durante la fase più critica del COVID-19 avevano simbolicamente rappresentato la vocazione internazionale del sistema sanitario dell’isola. Da intervento straordinario, la presenza si è trasformata in una misura strutturale: accordi rinnovati periodicamente hanno permesso di coprire turni scoperti, riaprire reparti a rischio chiusura e garantire continuità nei pronto soccorso.
Nel 2022 Roberto Occhiuto aveva definito l’intesa con L’Avana una scelta obbligata per evitare il collasso del sistema sanitario regionale, già segnato da anni di commissariamenti, sottofinanziamenti e difficoltà nel reclutamento di personale. La permanenza dei medici cubani è stata ribadita come priorità anche nel colloquio con Mike Hammer, incaricato da Donald Trump di rafforzare l’applicazione dell’embargo statunitense in Europa.
La stretta americana si inserisce infatti in una strategia più ampia. Da fine gennaio, i Paesi che vendono petrolio a Cuba rischiano sanzioni, una misura che ha aggravato la penuria di carburante sull’isola e messo sotto pressione servizi essenziali. Parallelamente, Washington ha intensificato l’azione diplomatica per scoraggiare ogni forma di cooperazione economica ritenuta utile al governo cubano. In questo contesto, anche le missioni mediche internazionali sono finite sotto osservazione.
La Calabria, tuttavia, ha scelto una linea pragmatica. L’accordo esistente resta in vigore, ma viene accantonata l’ipotesi di aumentare il contingente fino a mille unità. La Regione punta ora a una manifestazione di interesse aperta a medici comunitari ed extraeuropei, includendo anche eventuali professionisti cubani che intendano candidarsi individualmente. A tutti verranno garantite le stesse condizioni logistiche ed economiche finora riconosciute.
La cooperazione sanitaria rappresenta da decenni uno degli strumenti principali della proiezione internazionale cubana. Oltre alla dimensione solidale, essa genera entrate significative per l’isola attraverso i compensi versati dai Paesi ospitanti e le rimesse. Nel caso calabrese, il costo per ciascun medico è di circa 4.700 euro al mese, una cifra nettamente superiore agli stipendi medi percepiti a Cuba.
La vicenda dimostra come una decisione di politica estera possa riflettersi direttamente sulla vita quotidiana di un territorio. In Calabria, la questione non è astratta: riguarda la tenuta di ospedali e pronto soccorso e la possibilità concreta per i cittadini di ricevere assistenza sanitaria. Per ora, i camici bianchi cubani restano al loro posto, mentre sullo sfondo continua il confronto tra Washington e L’Avana.
Ciro Crescentini

