Comunità palestinesi: “Difendere Gaza non è terrorismo”
La recente ondata di arresti in Italia nei confronti di attivisti palestinesi ha acceso un dibattito acceso sul confine tra solidarietà internazionale e presunte accuse di terrorismo. Tra i principali indagati figura Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione dei Palestinesi in Italia, finito in carcere nell’ambito di un’inchiesta della DDA di Genova sui presunti finanziamenti ad Hamas.
Gli avvocati del dirigente, Dario Rossi, Emanuele Tambuscio e Fabio Sommavigo, hanno sottolineato come gran parte delle accuse si fondino su “elementi probatori e valutazioni di origine israeliana”. Secondo i legali, “non è possibile un reale e approfondito controllo sul rispetto dei principi costituzionali e della corretta formazione della prova” e le modalità di utilizzo nel procedimento italiano appaiono “semplificate oltre ogni limite”.
Un rischio evidente, secondo gli avvocati, è che le azioni concrete di sostegno alla popolazione palestinese possano essere interpretate come “partecipazione a attività terroristiche”. Le comunità palestinesi in Italia ribadiscono: “La solidarietà con il popolo palestinese non è terrorismo” e esprimono “piena fiducia nella magistratura italiana, pur con profonda preoccupazione per un clima che rischia di criminalizzare la difesa dei diritti palestinesi”.
Khader Tamimi, portavoce della comunità lombarda, sottolinea la necessità di “rispetto dei principi fondamentali dello Stato di diritto, garantendo trasparenza, imparzialità e piena tutela dei diritti di tutti gli individui coinvolti”. La nota conclude con un impegno chiaro: “Continueremo a operare con determinazione contro l’occupazione israeliana, a sostegno del diritto all’autodeterminazione, della libertà e della giustizia, sulla base delle Risoluzioni ONU e del diritto internazionale”.
Parallelamente, Rahed Al Salahat, altro indagato, è stato arrestato a Firenze con l’accusa di avere raccolto fondi per la popolazione palestinese, poi – secondo l’inchiesta – destinati ad attività terroristiche. Il suo difensore, Samuele Zucchini, sottolinea che “le accuse di uso improprio dei fondi restano indimostrate dagli atti disponibili. Rahed ha sempre raccolto fondi con finalità caritatevoli, e non vi è alcuna prova che egli ne fosse consapevole”.
Il legale aggiunge che le autorità italiane si basano su informazioni fornite dal governo israeliano, compresi apparati di intelligence e militari, ma “non conosciamo i documenti originali né le modalità di raccolta delle informazioni. Sarà il processo a stabilire se i fondi siano stati realmente utilizzati per fini terroristici”.
Rahed Al Salahat, nato nel 1977 da genitori palestinesi rifugiati in Kuwait, fa parte del consiglio direttivo della moschea di Firenze, lavora come referente per l’Associazione Benefica di Solidarietà col Popolo Palestinese e gestisce un’attività di informazione sui social sui temi della Palestina e della crisi di Gaza. Martedì potrebbe essere interrogato dal gip di Genova tramite videoconferenza dal carcere di Sollicciano, dove gli è stato sequestrato materiale informatico per ulteriori accertamenti.
In un contesto internazionale segnato dalla crescente attenzione sul conflitto israelo-palestinese, queste vicende pongono una questione centrale: sostenere la popolazione palestinese attraverso attività caritative può rischiare di essere frainteso come supporto a organizzazioni terroristiche? Le comunità palestinesi in Italia rispondono con fermezza: “la solidarietà non può essere criminalizzata, e difendere i diritti umani resta un dovere morale e civile”.
CiCre
