Una nuova generazione prende la scena. Blocco sociale, disobbedienza e solidarietà internazionale.
C’è un vento che scuote l’Italia. Non si vede, ma lo si sente in ogni angolo del Paese: dentro le università occupate, nei licei in fermento, sui binari bloccati, nei cortei che attraversano le città. È un vento di resistenza popolare, di coscienza critica, di solidarietà internazionale. Un vento che non si può fermare.
A guidare questa nuova ondata di protesta è una generazione che nessuno si aspettava: studenti e studentesse che non chiedono il permesso, non si piegano ai linguaggi istituzionali, non si fanno ingabbiare da partiti o sigle. Ragazzi e ragazze che hanno sviluppato un pensiero critico autonomo, radicale, non addomesticabile. Una generazione che non ha bisogno di portavoce, perché sa parlare da sola. Non cerca il consenso facile, ma la verità. E la verità oggi si chiama Palestina, si chiama resistenza alla guerra, si chiama giustizia sociale.

Questi giovani non si lasciano più sedare con l’alternanza scuola-lavoro, con le riforme vuote, con i like sui social o le pacche sulle spalle. Hanno capito che il mondo è in fiamme e non vogliono essere spettatori: vogliono fermare l’incendio, anche a mani nude.
Ma non sono soli. Accanto a loro, in queste giornate di lotta, ci sono anche tanti uomini e donne che non scendevano in piazza da anni. C’è chi ha scioperato contro la guerra in Vietnam, Jugoslavia, Libia, Iraq tanti anni fa e chi si era rassegnato, chi non credeva più nella forza della piazza. E invece oggi è lì, di nuovo tra la folla, tra i cori, dietro gli striscioni.
Insieme formano un movimento composito, plurale, determinato, che dice no al massacro a Gaza, no al riarmo, no alla guerra in Ucraina, no all’economia di guerra che strangola salari e diritti. È una marea umana che sale dal basso, senza leader, senza padrini politici, e proprio per questo più potente, più autentica, più vera.

Le manifestazioni in corso in tutta Italia – e in particolare lo sciopero generale di venerdì e il corteo nazionale per Gaza a Roma sabato – sono solo la punta dell’iceberg. Da giorni, università occupate, licei in rivolta, presìdi permanenti, stazioni e aeroporti bloccati, tangenziali interrotte stanno paralizzando il Paese.
Non si tratta di caos fine a sé stesso. È una strategia di disobbedienza, una forma di pressione collettiva per denunciare la complicità delle istituzioni italiane con i crimini in Palestina e il coinvolgimento crescente nel conflitto in Ucraina. “Blocchiamo tutto” non è solo uno slogan: è una chiamata all’azione, un rifiuto di restare indifferenti.

La reazione delle istituzioni è stata prevedibile: retorica e repressione. Il ministro Crosetto accusa i manifestanti di “fare del male agli italiani” e si chiede se davvero queste azioni possano cambiare le cose. Ma la risposta arriva già dalle strade: sì, le cose si possono cambiare, proprio partendo da qui. Non cambiandole con i sondaggi o le petizioni, ma con la lotta, con il blocco, con la rottura dell’ordine imposto.
Il ministro Piantedosi parla di “galassia variegata” e lancia l’allarme infiltrazioni. La ministra Bernini definisce le parole dei giovani “forti, ma vuote”. Ma sono parole piene, invece. Piene di significato, di coraggio, di rottura.

Il corteo nazionale per Gaza di sabato a Roma promette di essere un evento epocale. Decine di migliaia di persone sono attese da tutta Italia. La previsione ufficiale è di 20 mila partecipanti, ma chi conosce le piazze sa che saranno molti di più. E sarà un momento di visibilità e potenza, ma anche di rischio: gruppi violenti potrebbero tentare provocazioni, e la risposta del governo potrebbe essere pesante. Ma la piazza sarà pronta. Unita, determinata, resistente.
E domani, 3 ottobre, sarà un’altra giornata di mobilitazione totale: in tutta Italia si scenderà in piazza e si sfilerà in corteo per lo sciopero generale. Sarà una nuova, grande prova di forza, un’altra tappa nella costruzione di un fronte largo e popolare contro la guerra, la repressione e l’indifferenza.

È iniziata una stagione nuova. Una stagione di scontro, di solidarietà, di lotta popolare. Quello che sta accadendo in queste ore in Italia non è solo protesta: è una sollevazione etica e politica, che unisce generazioni, territori, esperienze diverse.
Chi pensava che i giovani fossero apatici, disinteressati, narcisisti, si sbagliava di grosso. E chi pensava che il popolo fosse rassegnato, ha fatto male i conti.
Perché quando un popolo si alza in piedi, nessuno lo può fermare. E questo vento – questo vento nuovo – non lo fermerà nessuno.
Ciro Crescentini

