Tra disuguaglianze educative e assenza di opportunità, la città registra uno dei tassi più alti d’Italia. Serve un cambio di rotta profondo.
Oltre un terzo dei giovani napoletani tra i 15 e i 29 anni risultava fuori da ogni percorso di studio, lavoro o formazione. Una quota del 37,3 % che colloca Napoli tra le città italiane con la più alta incidenza di Neet, dietro solo a Catania e Palermo. È un dato che racconta più di una semplice fragilità: descrive una condizione strutturale di isolamento giovanile, aggravata da decenni di disattenzione educativa e diseguaglianze territoriali. Nel confronto con il resto d’Italia, il divario è netto. Se in molte città del Nord i Neet restano sotto il 18 %, a Napoli il fenomeno assume una dimensione quasi doppia.
Le cause sono molteplici, ma si intrecciano intorno a tre nodi principali: un sistema formativo spesso scollegato dal mondo del lavoro, un mercato occupazionale instabile e poco accogliente, e un tessuto urbano che offre poche occasioni reali di crescita. Ma ciò che più preoccupa non è solo l’entità del dato, bensì le sue conseguenze a lungo termine. Ogni giovane che resta ai margini è una risorsa sprecata: un potenziale che non si traduce in impresa, in cittadinanza attiva, in innovazione. Si crea così un circolo vizioso dove l’assenza di opportunità alimenta sfiducia, ritiro sociale, povertà educativa. E più il tempo passa, più uscire da questa condizione diventa difficile.
Invertire la tendenza che vede Napoli tra le città con il più alto tasso di giovani Neet non è impossibile, ma richiede un’azione organica, articolata e profondamente radicata nei territori. Non basta una misura una tantum o un progetto isolato: serve una strategia integrata, capace di tenere insieme istruzione, lavoro, coesione sociale e innovazione. In primo luogo, è indispensabile rafforzare l’offerta formativa, rendendola più vicina alle esigenze reali del mondo del lavoro. Questo significa promuovere percorsi scolastici e professionali che non si esauriscano nei titoli, ma che formino competenze concrete: dalle abilità digitali alla capacità di problem solving, fino all’alternanza scuola-lavoro svolta in modo serio, con la partecipazione di imprese e professionisti. Accanto alla scuola, vanno potenziati i servizi territoriali: sportelli per l’orientamento, centri per l’impiego, hub giovanili e agenzie di intermediazione devono diventare presidi accessibili nei quartieri, non sportelli distanti o burocratici. Il decentramento è fondamentale: le opportunità devono raggiungere i giovani dove vivono, ascoltandone i bisogni e valorizzandone i talenti. Un concreto cambio di passo può avvenire solo se tutti gli attori locali lavorano insieme. Imprese, terzo settore, università, scuole, amministrazioni comunali e regionali devono fare rete, coordinandosi tra loro e utilizzando con efficacia le risorse dei fondi europei per la coesione. Solo così si possono costruire percorsi duraturi, capaci di ricucire il legame tra giovani e futuro.
Napoli non è una “città di passaggio” per i Neet: è un ambiente meta-problema (problema secondario che si innesta su un problema principale), in cui il fenomeno è ben al di sopra della media nazionale e degli obiettivi UE. Napoli non può permettersi di restare un terreno fertile per la dispersione del talento giovanile. Senza un’azione coordinata, sistemica e territoriale, rischiamo di perdere intere generazioni. Servono misure urgenti e mirate. Il rischio è perdere un’intera generazione. Ma con visione e responsabilità, questo stesso rischio può diventare un’opportunità di rigenerazione sociale e civile.
Giovanni Di Trapani
Fonte dati: Istat, “Statistiche sperimentali” (2020), pubblicati il 19 giugno 2025.

