Riceviamo e pubblichiamo integralmente
Nel cuore di un’economia che ha saputo guidare la globalizzazione per due decenni, oggi la Cina si trova davanti a un bivio cruciale. I numeri ingannano: nel secondo trimestre del 2025, il PIL dovrebbe crescere del +4,8%. Ma non è una vera ripresa, piuttosto un rimbalzo tecnico, alimentato da una “corsa all’export” prima dell’entrata in vigore dei nuovi dazi americani e dal rinnovo incentivato dei beni durevoli. Sono spinte temporanee. E come tali, destinate a esaurirsi.
Lo sa bene Lu Ting, capo economista di Nomura Securities China, che nel suo intervento al China Macroeconomic Forum ha illustrato le fragilità strutturali che minacciano la seconda metà dell’anno: un export sotto pressione, un mercato immobiliare ancora in caduta libera, e consumi interni troppo deboli per sostenere il ciclo. I dazi USA sono cresciuti di 35 punti percentuali, fino al 54% per alcune categorie, mentre l’edilizia residenziale continua a contrarsi per il quinto anno consecutivo. Il vecchio motore cinese – fatto di cemento, surplus commerciale e investimenti pubblici – non basta più.
La risposta? Un cambio di paradigma. Lu Ting suggerisce di rafforzare il welfare e la spesa sociale, a partire dall’aumento delle pensioni rurali (oggi ferme a 243 yuan al mese) fino a 500 yuan, in modo da stimolare i consumi interni. È un passaggio culturale prima che economico: per la prima volta, Pechino ammette che il proprio modello di crescita deve orientarsi verso la domanda interna, la redistribuzione, la stabilità sociale.
Ma se la Cina si trasforma, l’Europa non può restare spettatrice. A iniziare dall’Italia, che con Pechino intrattiene una fitta rete commerciale, soprattutto nei settori della meccanica, dell’automazione, del lusso e dell’agroalimentare. Se la domanda cinese rallenta, l’export tricolore soffre. Non solo: il rischio è che la Cina, per reagire, torni a inondare i mercati europei con prodotti ipercompetitivi nel green tech, minacciando la tenuta delle filiere continentali dell’elettrico e del fotovoltaico. Un déjà-vu dai contorni geopolitici.
C’è poi il nodo strategico delle materie prime e delle tecnologie energetiche. La Cina che scommette su mini-reattori nucleari e chip per l’intelligenza artificiale sarà anche più selettiva nelle forniture, mentre l’Europa – ancora senza una vera autonomia energetica e tecnologica – rischia di rincorrere. Per l’Italia, che sta costruendo la propria transizione industriale tra vincoli di bilancio e dipendenze esterne, la lezione è chiara: serve una politica industriale che anticipi i cambiamenti, non li insegua.
La Cina cambia. E mentre ristruttura il proprio sistema fiscale, affronta la crisi immobiliare e ripensa il suo contratto sociale, ci ricorda che anche noi – in Europa e in Italia – abbiamo rimandato troppo a lungo le riforme essenziali. Nel gioco degli equilibri globali, chi non si adatta resta indietro. E non ci sono più margini per restare fermi.
Giovanni Di Trapani
