Riceviamo e pubblichiamo integralmente l’analisi del prof. Giovanni Di Trapani: uno sguardo lucido e accessibile sul nuovo record del debito mondiale, con un focus sugli Stati Uniti e sulle ricadute economiche e geopolitiche di una sfida cruciale per l’equilibrio globale
Nel primo trimestre del 2024, il debito globale ha toccato un nuovo massimo storico: 324 mila miliardi di dollari. Lo certifica l’Institute of International Finance (IIF), che registra un aumento di 7.500 miliardi in appena tre mesi. Una progressione che coinvolge governi, famiglie, imprese e banche, senza distinzioni geografiche o settoriali. È una cifra che non descrive solo un dato economico, ma una vera traiettoria di rischio sistemico.
I principali contributori a questo balzo sono stati Cina, Francia e Germania. Pechino, da sola, ha aggiunto oltre 2.000 miliardi, confermando un modello di sviluppo fondato su espansione creditizia e investimento pubblico, ma sempre più esposto a dinamiche di debito interno difficilmente controllabili.
Paradossalmente, il rapporto debito/PIL globale ha segnato una leggera contrazione, assestandosi poco sopra il 325%. Una riduzione più apparente che reale, trainata dalla componente nominale del PIL e dall’inflazione, piuttosto che da politiche fiscali virtuose o da una crescita robusta.
Il vero nodo non è solo la mole del debito, ma le sue scadenze a breve termine. Entro la fine del 2025, andranno rifinanziati oltre 26 mila miliardi di dollari: $7.000 miliardi nei mercati emergenti e $19.000 miliardi nei Paesi sviluppati, in un contesto di tassi d’interesse che, seppure stabilizzati, restano alti. Una sfida che potrebbe tradursi in tensioni sui mercati obbligazionari e in un aggravio per i conti pubblici, soprattutto dove le finanze statali sono già sotto pressione.
Gli Stati Uniti sono, oggi più che mai, l’epicentro della preoccupazione. Le scelte della nuova amministrazione Trump — dalla proroga dei tagli fiscali del 2017 all’introduzione di nuove agevolazioni e misure come la “Gold Card” per investitori stranieri — rischiano di innescare una dinamica esplosiva. Secondo l’IIF, se tali politiche fossero prorogate senza coperture, il debito pubblico americano passerebbe dal 100% al 130% del PIL entro il 2034, arrivando addirittura oltre il 180% nel 2040. Nei prossimi dieci anni, ciò implicherebbe la necessità di indebitarsi per altri 7.200 miliardi, mentre gli interessi sul debito — già al 3,1% del PIL — continuerebbero a erodere risorse pubbliche.
Le contromisure proposte, come dazi del 10% all’import, tagli alla spesa pubblica e programmi per attrarre capitali esteri, non appaiono convincenti. I dazi, secondo l’IIF, genererebbero al massimo $1.700 miliardi, solo una frazione del fabbisogno. I tagli alla spesa porterebbero un risparmio di circa $160 miliardi l’anno, ben lontano dai livelli necessari. E il programma “Gold Card” resta incerto sia nei meccanismi sia negli effetti reali.
La domanda, dunque, resta inevasa: chi pagherà il conto? Storicamente, le strade per affrontare un debito eccessivo sono tre: crescita economica, austerità e inflazione. La prima è auspicabile ma difficile. La seconda, socialmente insostenibile. La terza, già in corso, rischia di diventare la via non dichiarata per riequilibrare i conti. Una soluzione che colpisce soprattutto i redditi fissi e le fasce sociali più vulnerabili, amplificando diseguaglianze e tensioni.
Il tempo delle scorciatoie è finito. Se il debito continuerà a crescere a questo ritmo, la questione non sarà più se affrontarlo, ma come e con quali costi politici e sociali. Perché il debito, prima o poi, presenta sempre il conto.
Prof. Giovanni Di Trapani
Ricercatore CNR – Esperto in Statistica Economica
