Nonostante l’incremento, il bambino rimane separato e non pienamente incluso.
Il caso del bambino autistico e iperattivo di Marano, in provincia di Napoli, sta sollevando numerosi interrogativi sulla qualità e sull’equità dell’inclusione scolastica in Italia. Il ragazzo, che frequenta la quinta elementare, ha visto ridurre drasticamente le sue ore di lezione a causa di una gestione delle sue necessità educative che sembra più un tentativo di accontentare le necessità burocratiche che non un vero e proprio sostegno al suo percorso di apprendimento.
Da 9 a 15 ore settimanali: un incremento che però non soddisfa la mamma del bambino, la quale si aspettava un cambiamento ben più radicale. A partire da marzo, infatti, il piccolo dovrà lasciare la scuola alle 11:30, con un carico orario che non risponde alle sue necessità didattiche e sociali, come la madre stessa denuncia. La sua protesta non è solo legata all’orario ridotto, ma anche alla modalità con cui il sistema scolastico gestisce l’inclusione dei bambini con disabilità.
Il caso è emblematico di una problematica più ampia che affligge il nostro sistema scolastico: la mancanza di risposte concrete per garantire a tutti i bambini, indipendentemente dalle loro difficoltà, un percorso educativo che sia non solo formativo, ma anche inclusivo. Come ha dichiarato la mamma del bambino, Imma, durante una conferenza stampa, “Continuano a parlare di inserimento graduale, ma ormai siamo a marzo, e tra le festività pasquali e altri giorni festivi, restano effettivamente una quarantina di giorni di scuola”. Imma è profondamente delusa dal fatto che, a distanza di mesi, suo figlio non abbia ancora avuto l’opportunità di integrarsi pienamente nella sua classe.
Inoltre, Imma ha puntato il dito contro la gestione dell’orario ridotto, specificando che suo figlio “quando ci va, nella maggior parte di questo tempo lo tengono in palestra da solo e non in classe, lontano dai suoi compagni.” Questo isolamento, che si protrae ormai da tempo, è per lei la causa della regressione del bambino, che prima frequentava regolarmente la scuola, faceva i compiti e partecipava alle attività di classe.
La madre ha poi rivelato che uno degli aspetti che maggiormente l’ha turbata è stato l’insistenza su trattamenti farmacologici: “Una persona che non conosce nemmeno mio figlio e non conosce la sua situazione clinica, qualificandosi come dottore ha ancora insistito sul farmaco, io questo non lo accetto.” Un episodio che ha provocato la sua indignazione, e che solleva interrogativi sull’approccio da parte di alcuni professionisti, troppo orientato verso soluzioni standardizzate senza tener conto delle specificità del bambino.
Il tema dell’inserimento graduale, infatti, non può essere una giustificazione se si traduce in una separazione e in un isolamento che danneggiano il bambino. Imma ha sottolineato: “Se mio figlio non è ancora abituato alla scuola è semplicemente perché sono loro che mi hanno costretta a portarlo solo per 9 ore a settimana.” La madre non ha mai nascosto il suo dissenso riguardo a una gestione che ha ridotto drasticamente il tempo di frequenza, ma ancor più grave per lei è il fatto che non venga presa in considerazione la possibilità di un’integrazione autentica con i compagni di classe.
La situazione di Marano ci fa riflettere sulla fragilità del sistema educativo italiano quando si tratta di includere i bambini con disabilità. Troppo spesso si parla di inclusione, ma troppo raramente si vedono politiche concrete che la rendano possibile e, soprattutto, che rispondano alle necessità specifiche di ogni alunno. L’inclusione non può significare semplicemente un numero di ore di lezione; deve tradursi in un ambiente scolastico che permetta a ogni bambino di sentirsi parte di un gruppo, di essere valorizzato nelle sue potenzialità e accompagnato nelle sue difficoltà.
Il racconto di Imma e la sua battaglia sono il segno di un sistema che, nonostante le buone intenzioni, spesso fallisce nel garantire diritti e opportunità a chi si trova in situazioni di maggiore vulnerabilità. Come ha concluso la madre, rifiutando di firmare l’accordo con la scuola: “Tutti adesso dovranno assumersi le responsabilità dei danni che hanno creato a mio figlio e di un anno scolastico praticamente perso.”
Questo è il vero spirito di una scuola inclusiva, quella che deve ancora fare i conti con le difficoltà di una riforma che si vuole moderna, ma che, a volte, sembra essere più una formalità che una realtà.
Ciro Crescentini

