Nessuno tocchi Gigione

Quattro chiacchiere con Valerio Vestoso, giovanissimo regista di ‘Essere Gigione’, un docu-film le cui riprese sono tutt’ora in corso e di cui tutti parlano male, ancor prima di capire di cosa si tratti.

E’ tutto un parlare, nelle ultime ore, dello scandaloso finanziamento da parte del Ministero dei Beni Culturali di un docufilm -non il primo ad onor del vero- su Gigione, uno dei cantanti più longevi del panorama musicale nazionale, quello che qualcuno ha meravigliosamente definito un divo da entroterra, inventore di un genere a sé, che poco ha a anche vedere col neo-meolodico comunemente inteso e che anzi, da esso, prende significativamente le distanze.

 

Quello di Gigione –spiega Vestoso– è un fenomeno che non poteva non essere indagato. Sono un appassionato della provincia, ne seguo le vicende e lui ne è assoluto protagonista. Mi sono chiesto perché muovesse numeri da urlo, e ho deciso di cercare una risposta. Così ho iniziato a seguirlo in tour, per un anno, in modo da raccontare non solo il musicista -è un ottimo bassista- ma anche e soprattutto il suo pubblico, vero protagonista dei concerti. E l’idea di indagare a fondo questo fenomeno antropologico è stata apprezzata anche dalla commissione del Mibact che ha scelto di finanziare il nostro progetto per un ammontare di 25.000 euro. Una cifra che servirà a coprire solo parte dei costi della produzione e non andrà certo a Gigione, che anzi è praticamente all’oscuro della portata culturale dell’operazione in corso e che continua beatamente ad organizzare tour e serate come se non ci fosse un domani’.

 

Gigione, come molti sanno, nasce GigiONE (scelta onomastica poco apprezzata dai fan che hanno sostituito un superlativo ad un inglesismo) e inizia a cantare ad otto anni e da allora -di anni ne sono passati oltre una sessantina- continua infaticabile sagra dopo sagra, piazza dopo piazza, matrimonio dopo matrimonio, a macinare chilometri tra Puglia, Campania, Calabria, Marche, Basilicata, Molise, Abruzzo, portavoce unico di un genere che è quello della canzone rurale, che fa sorridere, cantare stonati e spensierati, saltellare.

E io, naturalmente, lo amo.

 

Non canta di amori sbagliati, Gigione, di cuori straziati, di mamme che piangono i figli carcerati, di tradimenti, strascini, regolamenti di conti. Non fa denuncia sociale Gigione, non ammicca; rifiuta la tradizionale ‘fronna’ per ritmi country, non si strizza in giacche di pelle, non si buca le orecchie non si nasconde dietro costosissimi occhiali da sole. Un untissimo cappellino di stoffa -sotto il quale ho paura di sapere cosa si nasconde- è l’unica concessione alla costruzione di un look che lo accompagna sin dagli esordi.

 

Guai a chiamarlo neomelodico. La sua musica non offre alcuna sponda a quella minoranza sociale che cerca nelle canzoni un’identificazione culturale, non è ‘al servizio di’ insomma non riferisce, come dice Isaia Sales, a ‘quella cultura popolare nata e sviluppata in quei quartieri in cui la camorra (e quindi l’illegalità) è presente da secoli, in cui si cerca l’esaltazione del camorrista, si diffondono sentimenti di ammirazione verso quest’ultimo’.

E io, naturalmente lo amo.

 

Amo la sua leggerezza, la gioiosità che esprime, amo la sua energia, i suoi modi schietti, amo l’assoluta mancanza di pudore che lo ha portato a misurarsi con Madonna, Otis Redding, Spandau Ballett realizzando cover di una mediocrità disarmante; amo la sua capacità di aver inventato non solo un genere musicale, ma di aver costruito attorno ad esso un pubblico di affezionati che lo segue ovunque vada. Gigione, insomma, è un divo.

 

Muove folle deliranti e lo fa con la forza della semplicità. Nell’autarchico convincimento che ‘chi fa da sé fa per tre’, da mezzo secolo è leader indiscusso di una squadra di cognati, zii, nipoti, individuando nella ’famiglia’ non solo quel luogo dove tutto nasce e tutto si risolve, ma anche il destinatario finale della sua musica lieve.  E vince sempre. La sua famiglia, difatti, finisce non solo dietro il palco, ma anche sopra: con lui si esibiscono i due figli che pur non recando minima parte del suo innegabile carisma, tuttavia contribuiscono a creare un’atmosfera casalinga e casereccia che scalda il cuore e che intercetta il gusto di gente dal cuore semplice che trova in quei doppi sensi e in quei ritmi elementari risposte piccole a problemi piccoli.

 

Gigione porta nelle piazze, sotto quei palchi che lui stesso monta e smonta, migliaia di famiglie. La trasversalità della sua musica pop-country, che nulla pretende e nulla dà, riesce a fare qualcosa che difficilmente un altro prodotto del genere fa: unisce. Unisce e libera. Unisce, libera e diverte.

E io, naturalmente, lo amo.

Sarah Galmuzzi

(Foto Gigione Official/Fb)

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