Coronavirus, quando il terrore si costruisce con gli equivoci

Riceviamo e pubblichiamo

Perché le radio, le televisioni e i giornali di tutto il mondo hanno smesso di parlare di morti da covid-19 per concentrarsi sui cosiddetti “casi”? La risposta è semplice: il termine “caso” è alquanto ambiguo, quindi perfetto per la propaganda del terrore di quei governi che da mesi minacciano i propri cittadini con nuovi lockdown o di prolungare quelli in atto, come nel caso del governo argentino. Qualsiasi persona che dia positivo al test, il famoso tampone, è ora considerato un “caso” di covid; per cui, più tamponi si fanno più “casi” ci sono. Il messaggio, nemmeno tanto nascosto, che negli ultimi mesi ci sta arrivando attraverso i media è che un “caso” è un malato.

  Ma abbiamo una brutta notizia per questi professionisti della disinformazione: un risultato positivo alla prova di un virus non crea un “caso” d’infermità. Qualsiasi medico sa che un caso d’infermità si ha solo quando una persona ha: 1) una manifestazione sintomatica della malattia; 2) la presenza di una patogeno identificato che provochi determinati sintomi. Chi semplicemente è portatore di un virus senza mostrare sintomi non è un “caso”: tutti noi siamo portatori di ceppi virali, ma la maggioranza dei portatori non è contagiosa e, cosa più importante, la maggioranza dei patogeni è inoffensiva. Questo vale anche per il covid-19: fino alla metà d’aprile questo tipo di corona-virus si è mostrato particolarmente aggressivo, ma poi ha iniziato a perdere virulenza, fino a diventare sempre meno letale. Questo fenomeno si chiama “adattamento dell’ospite” al patogeno ed è un fenomeno ben conosciuto in virologia.

  Il covid-19 di oggi è meno fatale rispetto a quello di inizio anno: ciò significa che la maggioranza delle persone che ne sono portatrici non subirà nessun effetto negativo per la propria salute. Probabilmente non sarà nemmeno sintomatico. Il corona-virus che circola in natura si avvicina rapidamente a livelli di coesistenza con ospiti umani simili a quelli di una qualsiasi influenza. Ciò significa che testare persone asintomatiche per individuale la presenza del virus non ha nessun altro scopo se non quello di diffondere un panico irrazionale su un’infermità che già non è più una  minaccia per le masse. C’è stato un tempo, al principio dell’anno, in cui fare i test a tutti aveva senso: era necessario identificare i portatori asintomatici che erano capaci di trasmettere un patogeno allora assai aggressivo con gli altri. Ma con la letalità del virus in picchiata, testare persone asintomatiche già non ha più senso.

  Sarebbe interessante capire piuttosto perché i cosiddetti “comitati scientifici” che affiancano tuttora i governi, in febbraio marzo e aprile, ovvero in piena emergenza sanitaria, si siano opposti ad una strategia di test di massa, argomentando che solo le persone sintomatiche dovevano essere esaminate, e determinando, di fatto, una rapida e incontrollata impennata degli infettati. Ora, invece, che i test agli asintomatici già non sono più necessari, questi comitati di “esperti” pretendono che tutti i cittadini vi si sottomettano, perpetuando una farsa globale che nulla ha che fare con la difesa della salute pubblica: una mega truffa per fregare i contribuenti di tutto il mondo con l’acquisto di milioni di dosi di vaccini inutili e di forniture di mascherine anch’esse inutili, prodotti da qualche multinazionale del farmaco e non solo, come dimostra il recente accordo firmato dal governo italiano con la F.C.A., che, come è noto, produce automobili e veicoli industriali. I padroni di queste imprese sono quelli che più hanno interesse affinché questo stato d’emergenza duri il più a lungo possibile, e grazie alla complicità di una classe politica inetta ma allo stesso tempo bramosa di un finto potere (di fatto quello vero lo detengono le élite economiche) sembra che ci stiano riuscendo. Ma questa è un’altra storia, e non ha nulla a che vedere con la scienza.

Antonio Sparano

Ricercatore Università Buenos Aires

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