Parole d’autore – Gli emigranti di De Amicis, lezione per l’oggi

Dietro ogni veste, nome, aggettivo, appellativo, v’è sempre un uomo

“Cogli occhi spenti/ con le guance cave/ Pallidi, in atto addolorato e grave/ Sorreggendo le donne affrante e morte/ Ascendono la nave/Come s’ascende il palco de la morte”-Eccoli i primi versi de “Gli emigranti”(1880), poesia di Edmondo De Amicis risalente ai primi del secolo scorso. Parole, come atto a ricordare che tutti siamo stati emigranti, e tutti lo siamo tutt’oggi: ciò che ci differenzia sono solo questioni di pura e netta casualità. È un caso che a noi non tocchi ciò che invece altri debbano subire. Un caso. Quindi anche le nostre generazioni passate hanno assaporato il gusto di dirigersi verso una nave, ‘e bastimenti, “come s’ascende il palco de la morte” con addosso “Altri un misero involto, altri un patito Bimbo, che gli s’afferra al collo, dalle immense acque atterrito”.

 

Se qualcuno dovesse chiedersi, per curiosità, il modo in cui partivano, ecco che lo scrittore non ci riserva ai dettagli:” Ammonticchiati là come giumenti/Sulla gelida prua morsa dai venti/Migrano a terre inospiti e lontane/Laceri e macilenti/Varcano i mari per cercar del pane/Traditi da un mercante menzognero/Vanno, oggetto di scherno allo straniero/Bestie da soma, dispregiati iloti/Carne da cimitero/Vanno a campar d’angoscia in lidi ignoti/Vanno, ignari di tutto, ove li porta/La fame, in terre ove altra gente è morta/Come il pezzente cieco o vagabondo/Erra di porta in porta/Essi così vanno di mondo in mondo”. Come giumenti, carne da cimitero, dispregiati iloti (così erano chiamati gli schiavi della Grecia antica). Il contesto qui esplicitato è il 1882. La descrizione riguarda genovesi intenti a lasciare la propria terra “ascendendo” per l’appunto alla nave “Genova”. Oggi come oggi puntare il dito verso i più deboli è semplice, viene facile, forse perché in molti vittime dell’accattonismo da tv, forse perché semplici ignoranti oppure forse perché in fondo siamo pur sempre animali.

Nell’essere umano, a rifletterci, non v’è alcuna differenza. Appunto, a rifletterci. “Pur nell’angoscia di quell’ultim’ora/Il suol che li rifiuta amano ancora/L’amano ancora il maledetto suolo/Che i figli suoi divora/Dove sudano mille e campa un solo”. Dietro ogni veste, nome, aggettivo, appellativo, v’è sempre un uomo.

Vincenzo Perfetti

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