Nacque nel 1945 in un piccolo villaggio della Giamaica, visse “nel luogo da cui vengono tutti i diseredati”

Oggi ne avrebbe compiuti settanta. E magari avrebbe ancora la forza di muoversi come uno sciamano sopra quel palco, alzando lo sguardo, chiudendo gli occhi quasi a definire che la musica lo pervadesse in toto: dai piedi alla testa, o forse, viceversa. Robert Nesta Marley, alla storia Bob Marley, è il protagonista di questa storia. Una storia d’oltreoceano, una storia di un profeta unico nel suo genere, la storia di un genere musicale: il reggae, il motivo nuovo di una rivoluzione pacifica, di una presa di coscienza, di un modo d’essere. È il 6 febbraio 1945, Nine Mile, piccolo villaggio della Giamaica che conta attualmente i suoi 300 abitanti. Robert è figlio di  un giamaicano bianco di origini inglesi, Norval Sinclair Marley, capitano della marina e di Cedella Booker, cantante giamaicana. Sarà di Norval la cruda decisione di lasciare Cedella, all’epoca incinta (la famiglia Marley non approvò la loro unione). Si rivedranno solo una volta, proprio quando nascerà il piccolo Robert. Di suo padre Bob dirà:” Non ho avuto padre. Mai conosciuto… Mio padre era come quelle storie che si leggono, storie di schiavi: l’uomo bianco che prende la donna nera e la mette incinta “.

Robert crescerà a Trenchtown, sobborgo della capitale Kingston, “il luogo da cui vengono tutti i diseredati” e di cui ne diventerà portavoce, nonostante le continue accuse di razzismo alle quali fu sottoposto durante la sua adolescenza. Trenchtown sarà il condensatore di quel suo rifiuto al sistema, comune a tutti i rude boys. L’ideale anti-sistema lo avvicinerà al rastafarianesimo. L’esordio musicale arriva con i “The Wailers” (i Piagnoni): Bob Marley (voce), Peter Tosh (chitarre, tastiera), Bunny Wailer (percussioni). È con loro che Bob diventa una delle figure principali di quel periodo riuscendo a discostarsi da quel mondo tutto rock che imperversava in Occidente: dai Doors, Led Zeppelin, Deep Purple, Springsteen. Sua dunque, è una storia a parte. Come quella del mondo da cui veniva. Marley, voce di un popolo, di un villaggio. Trenchtown contro Babilonia. E lui, dopotutto, continua a cantare, a professare. basta aggiungere alla propria playlist tracce quali “Redemption song” o magari proprio “Chant down Babylon”:

La musica reggae, che ci fa cantare contro Babilonia/Con la musica, cantiamo contro Babilonia/Questa musica, che canta contro Babilonia/Questa musica, unitevi al canto contro Babilonia/Avanti, cantiamo ancora una volta contro Babilonia/Avanti, cantiamo ancora una volta contro Babilonia/Per le loro stupidità, sì le loro stupidità”.

 

Vincenzo Perfetti

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