Il trittico di Donna Lionora porta sul palco Il Resto di niente

Al Ridotto del Mercadante il primo spettacolo tratto dal romanzo di Striano su testo di di Maurizio Braucci, per la regia di Sara Sole Notarbartolo

“Inizio di Donna Lionora”, con la regia di Sara Sole Notarbartolo, andato in scena al Ridotto del Mercadante, è il primo spettacolo del trittico “Inizio, Sviluppo e Fine di donna Lionora”. Il lavoro, su drammaturgia di Maurizio Braucci, è tratto dal romanzo “Il Resto di Niente” di Enzo Striano, del 1986, che narra la vita di Eleonora de Fonseca Pimentel. Costituisce la quarta edizione del progetto Teatro e Letteratura promosso dallo Stabile di Napoli che propone adattamenti teatrali delle opere di scrittori napoletani, o a Napoli particolarmente legati, rappresentativi del panorama letterario contemporaneo. I precedenti cicli sono stati dedicati a Anna Maria Ortese, Raffaele La Capria e Giuseppe Patroni Griffi. In scena Floriana Cangiano, Stefano Ferraro, Irene Vecchia. I costumi sono di Gina Oliva, le luci di Marco Ghidelli. La prima parte del trittico racconta l’infanzia e l’adolescenza di Lenòr e inizia con il suo viaggio da Roma a Napoli, accompagnata da tio Antonio. “Meu Deus, quanto ancora” esclama la giovinetta mentre sullo schermo vengono proiettate immagini animate in bianco e nero della carrozza in cammino verso la capitale del Regno delle Due Sicilie di Ferdinando IV, un bimbo di appena otto anni. Il suo primo impatto con il napoletano è “statte bbuono”, il saluto del postiglione al caporale che aveva augurato il benvenuto nel regno.

 

Quindi la visione del Vesuvio rosseggiante appena la carrozza ebbe doppiato «uno sprone irto di pini». Poi la voce del vetturino ‘Nato ppoco e siamo arrivati a Santa Teresella. Infine l’arrivo al palazzo del duca di Lusignano, all’appartamento Fonseca, dove l’aspettava papãi, ufficiale portoghese trasferitosi a Napoli. Cinque camere dai soffitti altissimi, stuccati in bianco ed oro, pareti tapezzate da cambrì azzurrino con festoni. “Sporco, stinto, chiazzato di muffa. Occorrerà ripulire” esclama Lenòr, e inizia la maiuscola interpretazione di Floriana Cangiano che ha fatto rivivere al pubblico e, in particolare, a chi ha letto il libro di Striano, i timori, le incertezze, le ansie di un’adolescente che fisicamente capisce di essere diventata donna (sente scorrere tra le cosce il suo primo sangue). Sotto l’occhio tenero, ma sempre vigile di mamãe (la cui immagine animata “parla” da dietro lo schermo) e con mentore tio Antonio, viene introdotta nel salotto culturale che si tiene in casa sua il sabato e successivamente a quello di Palazzo Serra di Cassano. Conosce gli intellettuali e l’intelligentia napoletana. L’abate Jeròcades le chiede “Voi fate versi? Alla maniera di chi?”. “Alla mia maniera” risponde. Vincenzo Sanges, «il più bello», Gennaro Giordano, Mario Pagano, Domenico Conforti, il professore Francescontoni Guidi. Mentre Lenòr li nomina, vengono proiettati sullo scheremo i loro profili. Importante nella formazione della giovane è, in particolare, l’incontro con Sanges, impersonato dal bravo Stefano Ferraro, che la incita a scrivere un sonetto per il re e la regina. E’ il suo lasciapassare per accedere a corte. Declama i versi davanti a Ferdinandoi IV ( Stefano Ferraro) e a Maria Carolina (Irene Vecchia), altrettanto brava, che, in abiti regali, si siedono in prima fila tra il pubblico. Il dolore per la morte di mamãe e l’incontro con il poeta di corte Luigi Primicerio, la sua prima fiamma e la consapevolezza che solo il matrimonio può consentirle di vivere decorosamente chiudono questo “primo” periodo della vita di Eleonora nel quale comincia a formarsi quel carattere e quella personalità che la renderanno tra i maggiori protagonisti della rivoluzione napoletana del 1799. Gli applausi sono stati prolungati e meritati.

Mimmo Sica

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