E anche questo 66esimo Festi-uall se lo semo levato…

Trionfano gli Stadio, seconda Michielin, terzi Caccamo e Iurato. Ma quando arriva Cristina D’Avena siamo tutti Ooooo- occhi di gatto!

 

Nel più giusto dei mondi, invece che su uno scarno podio questa edizione del Festival avrebbe visto incontrarsi intorno a un tavolo, rigorosamente rotondo, Clementino, Arisa, Ruggieri, Elio, Noemi,  gli Stadio e mi voglio rovinare, ci metto pure Rocco Hunt.

 

Invece siccome questo è un mondo profondamente sbagliato, succede che ad aggiudicarsi secondo e terzo premio (almeno non il primo) sono Francesca  bidella Michelin e  il pezzotto dei Jalisse, quei Coso&Cosa di cui da lunedì non si parlerà naturalmente più.

Poco consola scorrere la classifica e vedere che per una Dolcenera che arriva penultima c’è Ruggieri che prende un quarto posto, o che Clementino è comunque tra i primi dieci. Tutto questo è molto molto triste.

 

Soprattutto non ci si spiega chi possa avere veramente speso 75 centesimi per votare a Patty Pravo, o perché invece che investire un capitale per fare vincere la Michelin, amici e parenti non le abbiano fatto un bel buono regalo da Zara.

 

Ma veniamo alla gara, estenuante, resa sopportabile giusto dall’immarcescibile Raffaele -che chiamata a interpretare se stessa appare un po’ meno disinvolta- ma soprattutto da colei alla quale almeno 2 generazioni devono spensieratezza, felicità, leggerezza, allegria.

Quando sale sul palco Cristina D’Avena capisci che è tutta la vita che aspettava quel momento. Lo capisci da un vestito brutto al punto che forse manco la Michelin se lo sarebbe messo, ma che tuttavia deve aver impiegato almeno una settimana a scegliere.

È proprio l’abito della festa: vaporoso in maniera indegna, luccicante, pieno di nocche, veli.

Ma tutte quelle ruches passano in secondo piano appena inizia a cantare.

Perché la sua voce e le sue canzoni ti riportano indietro nel tempo, ti regalano la spensieratezza degli anni migliori, quelli in cui l’unico problema era scegliere tra il golfino con le bestiole e quello a righe, ti offrono la possibilità di liberarti di quella tribù di mostri che ti porti dentro, sostanzialmente cantando una paccata di stronzate.

Vabbuò ma è trash, sentenziano i più superficiali.

Io di volgare non ci trovo nulla, se non il tentativo di far sembrare l’infanzia qualcosa di cui vergognarsi.

Cristina negli anni è stata brava, bravissima: è sopravvissuta a se stessa, e la fatina che vive dentro di lei, con l’arrivo delle prime rughe, ha iniziato a diventare una donna che sa prendersi in giro, cosa molto difficile a trovarsi.

Ci sono tanti modi di restare giovani: uno è riempirsi la faccia di botulino, un altro, più sano, è sapersi adattare al cambiamento, mettersi in discussione, giocare.

E lei gioca: da anni la D’avena si esibisce con i Gem Boy una band demenziale con la quale interpretano, in una chiave assolutamente surreale, tutte le sigle dei cartoni.

Canta a Sanremo, Cristina, alcuni dei suoi successi maggiori e con l’occasione scopriamo che la Ghenea che da piccolina la sentiva sempre, ha imparato l’italiano grazie a lei. E che anche Garko la sentiva sempre quando era piccolo, ma lui, invece.

 

Il secondo ospite della serata, Renato Zero, punta a far saltare dalle sedie più che gli ex giovani, proprio quelli che la televisione non la tenevano proprio: ci regala un medley delle sue canzoni più belle e poi si lancia in un oscuro discorso sull’amore e sulla famiglia, sul senso della coppia che veramente Renato, non si è capito proprio niente.

 

Fino alla proclamazione –discutibilissima- dei vincitori, la serata si svolge tra un tripudio di piume e di lustrini. La formula, classica e super professional lo rende vincente e sarebbe stata davvero una meravigliosa cinque giorni se non fosse stato per la delusione della fine.

Vagamente consola che ad aggiudicarsi la palma siano stati gli Stadio. Dei musicisti come dire, veri.

 

Qualcuno mi fa notare che da giorni continuo a scrivere male il nome della Michelin, che ci vuole una ‘i ‘ in più.

Francè bella di zia, non ti pigliare collera, non ci posso fare niente, è colpa di Freud.

 

Sarah Galmuzzi

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