La Federazione Russa chiede responsabilità ai partecipanti ai negoziati in Pakistan
Mentre proseguono i tentativi di avviare un dialogo tra Iran e Stati Uniti, nuove letture internazionali sottolineano il crescente peso strategico di Teheran. Secondo il New York Times, il conflitto in corso starebbe contribuendo a ridefinire gli equilibri globali, favorendo l’ascesa dell’Iran verso lo status di quarta grande potenza mondiale, dopo Stati Uniti, Russia e Cina.
A ribadire la linea iraniana è stato il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha chiarito come qualsiasi negoziato resti subordinato al rispetto di condizioni precise, affermando: «non negozieremo finché non saranno rispettate le condizioni stabilite». In particolare, Teheran chiede l’immediata attuazione di un cessate il fuoco in Libano e la restituzione dei fondi iraniani congelati all’estero, considerati illegittimamente trattenuti.
Sul fronte statunitense, l’ex presidente Donald Trump è tornato a intervenire sul dossier mediorientale, ribadendo la necessità di una linea dura verso Teheran e sottolineando come qualsiasi accordo debba garantire sicurezza e stabilità nella regione, in un clima politico americano che resta fortemente polarizzato su questi temi.
Nel frattempo, da Mosca è arrivato un appello alla prudenza. Il ministero degli Esteri russo ha dichiarato: «a tutti i partecipanti ai negoziati annunciati in Pakistan di mostrare un approccio responsabile e di evitare qualsiasi azione che possa minare l’opportunità che si è aperta», aggiungendo che «la Russia è disposta a collaborare strettamente con i partner al fine di promuovere sforzi di pace costruttivi e garantire la stabilizzazione della situazione in Medio Oriente». Nella stessa nota, Mosca ha avvertito che «ci sono forze che ostacolano il movimento verso la pace, creando volontariamente o involontariamente ostacoli su questo percorso», riferendosi a dinamiche che rischiano di compromettere il processo diplomatico in corso.
Nel frattempo, fonti di sicurezza citate da Press TV sostengono che la pressione esercitata dall’Iran avrebbe inciso direttamente sull’andamento delle operazioni militari israeliane. Secondo queste ricostruzioni, Israele sarebbe stato costretto a interrompere i raid su Beirut proprio in seguito alle richieste di Teheran, accompagnate dalla minaccia di abbandonare i colloqui.
Una fonte anonima ha dichiarato all’emittente che «a causa dell’insistenza e della pressione dell’Iran, il regime sionista è stato costretto a interrompere gli attacchi a Beirut», aggiungendo che «la prosecuzione dei negoziati dipende dal fatto che non vengano colpite nuovamente Beirut e l’area di Dahieh».
L’Iran avrebbe infatti legato esplicitamente la propria partecipazione ai negoziati alla cessazione degli attacchi contro il Libano, inserendo questa richiesta in una più ampia strategia di coordinamento con il cosiddetto fronte della resistenza. Sempre secondo le stesse fonti, la missione diplomatica iraniana a Islamabad sarebbe stata rinviata più volte proprio per l’assenza di progressi su questo fronte, con l’avvertimento che «il proseguimento degli attacchi potrebbe far fallire completamente i colloqui».
Intanto, sul terreno, la situazione umanitaria continua a peggiorare. Secondo il ministero della Salute libanese, nelle sole ultime 24 ore i raid israeliani hanno causato 357 morti. Dall’inizio della nuova fase del conflitto, il 2 marzo, il bilancio complessivo ha superato i 1.953 morti, con oltre 6.300 feriti.
Questa pressione, ritenuta credibile dagli interlocutori internazionali, avrebbe spinto Washington a intervenire affinché venissero sospese le operazioni su Beirut. Tuttavia, resta alta la tensione: un eventuale ritorno agli attacchi, in particolare nelle aree sensibili come la periferia meridionale di Dahieh, rappresenterebbe una linea rossa per Teheran e comporterebbe l’immediata interruzione dei negoziati.
In questo scenario, il legame tra sviluppi militari e dinamiche diplomatiche appare sempre più stretto. Da un lato, l’Iran punta a consolidare il proprio ruolo regionale e globale; dall’altro, vincola ogni apertura negoziale a risultati concreti sul terreno, rendendo il processo estremamente fragile e dipendente dall’evoluzione del conflitto.
Ciro Crescentini
