I ricercatori propongono di gestire l’acqua sotterranea per evitare scosse e sollevamenti del terreno
E se per ridurre il rischio sismico ai Campi Flegrei bastasse abbassare il livello dell’acqua nel sottosuolo? È questa l’idea proposta da una ricerca dell’Università di Stanford, pubblicata sulla rivista Science Advances, guidata dalla geofisica italiana Tiziana Vanorio e condotta insieme a Grazia De Landro, dell’Università Federico II di Napoli.
Secondo lo studio, la causa principale del bradisismo – il fenomeno del sollevamento e abbassamento del suolo tipico dei Campi Flegrei – non sarebbe la risalita del magma, come comunemente si pensa, ma l’accumulo di pressione dovuto all’acqua e al vapore che si infiltra nel sottosuolo. Quando questa pressione cresce troppo e trova un ostacolo, come una sorta di “coperchio” geologico, può scatenare piccoli terremoti o forti sollevamenti del terreno.
La soluzione proposta? Gestire meglio il flusso delle acque piovane e, dove possibile, prelevare parte dei fluidi dai pozzi geotermici per alleggerire la pressione sotterranea. Una sorta di “valvola di sfogo” naturale per evitare che si creino condizioni pericolose.
La teoria si basa sull’analisi di due grandi fasi di bradisismo: quella tra il 1982 e il 1984 e quella iniziata nel 2011 e ancora in corso. In entrambi i casi, i ricercatori hanno riscontrato somiglianze nei segnali registrati, come i rumori sotterranei che potrebbero indicare vere e proprie esplosioni di vapore, provocate quando l’acqua liquida si trasforma rapidamente in gas a causa delle scosse.
“Questo progetto è il mio obiettivo come cittadina e non solo come geofisica”, ha detto Vanorio, sottolineando che l’importanza della ricerca non è solo scientifica, ma anche sociale: se si potesse controllare il fenomeno, invece di limitarci a monitorarlo, si aprirebbe la strada alla prevenzione attiva.
Anche l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) ha accolto con interesse la proposta. La direttrice del dipartimento Vulcani, Francesca Bianco, ha definito la ricerca un contributo scientifico importante, ricordando però che sarà necessario verificarla a fondo, confrontandola sia con i dati attuali che con quelli storici. Ha inoltre sottolineato che lo studio si è potuto realizzare anche grazie alla condivisione aperta dei dati raccolti dall’INGV.
In parallelo, un altro studio appena pubblicato sulla rivista American Mineralogist e coordinato da Annamaria Lima, dell’Università Federico II, propone un approccio simile: usare tecnologie geotermiche avanzate per gestire i flussi di fluidi sotterranei nella zona Solfatara-Pisciarelli, riducendo così sia il rischio di eruzioni freatiche sia il sollevamento del terreno.
Entrambe le ricerche, pur con metodi diversi, puntano verso la stessa direzione: cercare di controllare il bradisismo, e non solo subirlo. La sfida, ora, passa nelle mani degli ingegneri, che dovranno valutarne la fattibilità tecnica.
Alma
