Riprendiamoci lo spazio democratico sottratto da abili manipolatori di consenso sociale

Una riflessione dello scrittore Raffaele Carotenuto per il Desk.it

Mezzogiorno, classi dirigenti, deindustrializzazione e modernizzazione. Spesso le analisi sul Sud prendono a pretesto il problema della mancanza dei rappresentanti istituzionali di questo territorio, critica fondata e persistente presa in analisi da Gramsci, Salvemini, Dorso. Su tutte va sposata la tesi, a mio avviso, della complicità di chi ha rappresentato il Sud rispetto al processo di deindustrializzazione che si è trasportato fino ai giorni nostri, assecondando la tesi secondo la quale il Mezzogiorno potesse “resistere” senza una fase industriale lunga e duratura. Una sorta di teoria “antimoderna” portata avanti ideologicamente, perpetuata da chi andava sostenendo il fallimento dell’intervento pubblico in economia. Quindi, non colpa dei politici ma dolo, non ignoranza ma difesa corporativa dei propri interessi a mantenere quella condizione di mancato sviluppo e della crescita sociale. Ma oggi?   

Purtroppo, mancano guide morali in quel blocco intellettuale meridionale all’altezza di attraversare le contraddizioni sociali. La via per uscirne non è affrontare queste con una speranza riformatrice, in testa ad una borghesia scialba e sostanzialmente immobile, ma provocando una “rottura democratica”, capace di innervare un’attenzione positiva ai martoriati ambiti socio-economici del Mezzogiorno.

La via riformista o capitalistica, che dir si voglia, per riprendere le ragioni del Sud, è fallita, senza appello. Le soluzioni alla questione meridionale non sono scritte nel dna politico del Partito Democratico, né tantomeno nel codice genetico del M5S. Questi blaterano, scimmiottano una prospettiva di sinistra ma, in pratica, rappresentano il punto di aggregazione del conservatorismo meridionale, almeno quando capiscono questi cosa essere. PD e M5S, insomma, si dimostrano un argine ad un potenziale sbocco rivoluzionario e democratico, impedendo qualsiasi ripresa di conflitto ideale e di rottura sociale finalizzata a ricomporre ragioni che chiedono pari attenzione, innanzitutto attraverso l’immediato recupero degli squilibri territoriali. Non che a sinistra di questi due aggregati politici si dimostri vitalità e proposta politica attrattiva, anzi, anche qui il campo è stato smarrito da un manipolo di persone con la sola “nobile” intenzione di riprodurre se stessi.

Un elemento di snodo necessario per il Mezzogiorno, ad esempio, è l’introduzione di un salario minimo. Ebbene, PD e M5S, maggioranza in Parlamento per lunghi anni, non lo hanno introdotto.

Oppure una tassazione più stringente per ricchi e ricchissimi. Per un certo periodo storico (anni 2000) finanche Confindustria si rese conto della bontà di una patrimoniale ordinaria, con l’intento di redistribuire ricchezza dall’alto verso il basso. Finanche sulla “spaccatura” dell’Italia (autonomia differenziata) non escludono categoricamente che ciò possa accadere, arrivano appena ad escludere da essa alcune materie fondamentali. Basta leggere i loro programmi per capire quella (fallita) maniera riformista che hanno in testa attraverso la quale vorrebbero cambiare la società.

Ma anche salario minimo e patrimoniale, da soli, potrebbero non bastare, poiché è necessario rivitalizzare un’economia disastrosa per il Mezzogiorno. Bisogna produrre reddito e occupazione. Nella sola Regione Campania sono aperte oltre 70 crisi industriali. Una su tutte, la questione ex Whirlpool di Via Argine grida ancora vendetta. Fra poco gli operai, da tre anni sulle barricate, incontreranno il “quarto” ministro dello sviluppo economico per capire quando rientreranno a lavorare in un altro ciclo industriale.

Il tema, allora, è provare a ricostruire la politica. Non sembra, tuttavia, che l’attuale assetto istituzionale che si va componendo possa assolvere alla complessità che qui si pone.

Il centrodestra che ha cominciato a governare il paese ha un carattere neoliberista che propone un modernismo finanche autoritario, fondando i propri rapporti sulla paura e le disuguaglianze sociali. Una tomba per il Mezzogiorno!

Purtroppo ci aspettano anni di singolarismo sociale, avremo tempo per accorgercene (e reagire) su quanto male hanno fatto le bolle social, per capire come siamo stati pedine in mano a spregiudicati comunicatori che, ogni giorno, si prodigano ad aprire finestre che affacciano sul nulla.

Meglio aprire fronti sul terreno di quella periferia sociale nel frattempo esclusa, provocare continue vertenze territoriali per conquistare spazi e diritti, aggregare culturalmente luoghi e persone. Insomma, riprendersi quello spazio democratico sottratto da abili manipolatori di consenso sociale.

Raffaele Carotenuto

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