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Napoli, giustizia di classe: il giudice del lavoro dà ragione alla Whirlpool. Respinto il ricorso dei sindacati

Redazione by Redazione
4 Novembre 2021
in Campania, Napoli, Notizie correlate
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Emerge un ingiustificabile incremento esponenziale dei rigetti delle domande rispetto agli accoglimenti a scopo meramente deflattivo. Un fenomeno che sembra inarrestabile. Il lavoratore di fatto è sempre più penalizzato, vittima di una quotidiana denegata giustizia, divenuta oramai insostenibile.

Il giudice del lavoro del Tribunale di Napoli, Maria Rosaria Lombardi  ha rigettato il ricorso per condotta antisindacale della multinazionale Whirlpool presentata dalla Fiom, Fim e Uilm nei confronti dei lavoratori dello stabilimento di Napoli di via Argine.

Nelle nove pagine della sentenza, comunicata questa mattina, poco prima delle 8, vengono esposti i principali fatti che hanno composto il ricorso presentato dalle organizzazioni sindacali che, in sostanza, denunciavano le violazioni aziendali e il mancato rispetto degli accordi sottoscritti nel 2015 e nel 2018 tra Governo, azienda e sindacati, che avrebbero assicurato un futuro produttivo e occupazionale al sito, salvo poi disattenderli con la decisione di cessare l’attività.

Nel corso delle tre udienze disposte dal giudice per esaminare i fatti, sono stati ascoltati i testi della parte ricorrente e resistente, tra cui i lavoratori e i rappresentanti delle organizzazioni sindacali territoriali e nazionali di Fim, Fiom e Uilm. L’ultima udienza si era tenuta il 27 ottobre scorso.

Tra le motivazioni addotte dal giudice Lombardi nella sentenza, viene evidenziato non solo la flessione dei volumi di mercato, ma anche il rifiuto da parte delle organizzazioni sindacali, nell’agosto 2019, della proposta di cessione del ramo d’azienda da parte di Whirlpool. Secondo il giudice, infine, i numerosi incontri – nazionali e territoriali – con le organizzazioni sindacali e con il Governo, non avrebbero determinato la condotta antisindacale denunciata dalle organizzazioni sindacali.

Tra i giudici della sezione lavoro del Tribunale partenopeo si sarebbe affermato il pensiero unico liberista e confindustriale?

Orientamenti alquanto preoccupanti e imbarazzanti che meriterebbero maggiore attenzione da parte del Ministero della Giustizia e del Consiglio Superiore della Magistratura. Sarebbe opportuno inviare gli ispettori per avviare serie verifiche e accertamenti.

Emerge un ingiustificabile incremento esponenziale dei rigetti delle domande rispetto agli accoglimenti a scopo meramente deflattivo. Un fenomeno che sembra inarrestabile. Il lavoratore di fatto è sempre più penalizzato, vittima di una quotidiana denegata giustizia, divenuta oramai insostenibile. Emerge tanta insensibilità per i drammi e le devastazioni sociali prodotti dalle ciniche decisioni e strategie aziendali. Centinaia di licenziamenti o demansionamenti vengono confermati, avallate da sentenze discutibili. I testimoni  aziendali diventano i principali “punti di riferimento” di alcune toghe della sezione lavoro del Tribunale di Napoli.

Eppure, il giudice del lavoro è una figura istituzionale che dovrebbe rappresentare un riferimento, una garanzia per la tutela dei  lavoratori, i soggetti più deboli. Invece, non si contano il numero delle sentenze in favore degli imprenditori. Sentenze emanate in nome della cosiddetta crescita economica.

Aumentato in maniera consistente il numero dei lavoratori costretti a  proporre il ricorso principale in Cassazione  lamentando  la erroneità delle sentenze di primo e secondo grado. Nel panorama giuridico non esistono analisi e indagini statistiche sulle sentenze della sezione lavoro del Tribunale e della Corte di Appello di Napoli che aiutino a comprendere in modo sistematico chi vi ricorra e con quali risultati. A quanto pare, le statistiche sarebbero secretate. Un fatto gravissimo. Una questione che dovrebbe essere seriamente valutata dal Ministero della Giustizia e dal Csm.

E non finisce qui. Ogni sentenza di rigetto condanna puntualmente I lavoratori al pagamento delle spese processuali. Con questo criterio si ha il sospetto che si voglia colpire economicamente chi perde per scoraggiare la proposizione dei ricorsi in Tribunale. In questa prospettiva, a essere maggiormente colpito, ovviamente, sarà il soggetto economicamente più debole. Se così fosse, avremmo la violazione dei principi costituzionali del giusto processo (articolo 111 della Costituzione) e dell’accesso alla giustizia (articolo 24 della Costituzione). Non si può non tener conto dello squilibrio della forza economica dei due contendenti in campo.

Non basta il flagello della precarizzazione dei rapporti di lavoro, le quotidiane morti bianche (proprio perché datori di lavoro senza scrupolo assumono in nero e sfruttano senza esitazione), a tutto questo si aggiunge anche la totale insensibilità di un magistrato al quale proprio per la delicatezza della materia trattata viene chiesto qualcosa di più e che dà sempre di meno(la percentuale dei rigetti dei ricorsi di lavoro, dei decreti ingiuntivi, è ormai elevatissima).

Purtroppo, quasi uniformato a questo declino dei diritti sociali,  si registra un calo di tensione nelle decisioni della magistratura del lavoro che pure sarebbe destinata a svolgere un ruolo primario e ad avere un’incidenza notevole nella realizzazione dei diritti fondamentali della persona e non solo i diritti delle aziende molto spesso, anzi troppo spesso, avvantaggiate nei processi.  Andrebbe fatta chiarezza su quello che è diventato un vero e proprio fenomeno: il rigetto delle domande dei lavoratori o la legittimazione di testimoni aziendali poco credibili.

Dunque, nelle aule del Palazzo di Giustizia del Centro Direzionale di Napoli si sarebbe affermato il pensiero unico liberista e confindustriale e tanta insensibilità per i drammi e le devastazioni sociali. Nessuna meraviglia. Molti giudici percepiscono in media stipendi che superano i 5 mila euro netti mensili, conducono una vita molto agiata, frequentano ambienti composti da persone agiate, lontani anni luce dalla realtà sociale. Persone che non hanno mai provato sulla propria pelle gli effetti devastanti prodotti da un licenziamento, dalla precarietà, dalle vessazioni.

Oramai si fa sempre più strada una giustizia dal doppio binario: debole con i forti e forte con i deboli. Una magistratura del lavoro che ignora i diritti negati sui posti di lavoro. Una giustizia di classe.

Intanto dopo le lettere di licenziamento inviate ieri da Whirlpool ai lavoratori dello stabilimento di via Argine a Napoli, i sindacati di categoria (Fim, Fiom e Uilm) hanno proclamato 2 ore di sciopero, a fine turno, dei lavoratori del sito di Cassinetta. I lavoratori di Napoli si riuniranno invece in assemblea alle 9,30 per decidere ulteriori iniziative di protesta.

Ciro Crescentini

Tags: fim fiom uilmsezione lavoro tribunale di napoliwhirlpoolwhirlpool napoli
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