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Giù le mani dall’acqua di Napoli: la verità della Corte dei Conti che smaschera i privati

Redazione by Redazione
10 Giugno 2026
in Campania, Economia e Società, Napoli, Notizie correlate
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Nessun obbligo di legge impone di rinunciare all’azienda speciale. I giudici contabili smontano il bluff della privatizzazione forzata

Dietro la sigla ABC (Acqua Bene Comune) di Napoli si sta giocando una partita decisiva per il futuro dell’acqua in Italia. Per anni, la narrazione dominante della politica e dei tecnici è stata una sola: “L’azienda speciale pubblica è un modello vecchio, la legge ci impone di passare alle società per azioni (SpA) e di aprire ai privati”.

Oggi, però, questa narrazione crolla. A smontarla non è un centro sociale o un comitato di quartiere, ma la Corte dei Conti. Come evidenziato in un intervento del giurista Alberto Lucarelli sul Corriere del Mezzogiorno di oggi, la magistratura contabile ha emesso una deliberazione (sulla gestione del distretto Napoli Nord) che cambia completamente le regole del gioco, smentendo i sostenitori della privatizzazione forzata.

Il punto centrale dell’analisi di Lucarelli, supportato dai dati della Corte dei Conti, cancella il principale alibi della politica locale. Molti amministratori si sono giustificati per mesi dietro il cosiddetto “decreto Draghi” (il testo unico sui servizi pubblici del 2022), sostenendo che trasformare le aziende idriche in SpA fosse un obbligo di legge.

La Corte dei Conti ha chiarito che non esiste alcuna legge che vieti o superi il modello dell’azienda speciale interamente pubblica.

Cosa significa in parole semplici? “Se un’amministrazione decide di abbandonare la gestione pubblica per passare a una società azionaria, non lo fa perché “costretta da Roma o dall’Europa”. È una scelta politica autonoma, di cui si deve assumere la piena responsabilità davanti agli elettori.

La deliberazione dei giudici contabili è particolarmente severa sui metodi utilizzati dall’Ente Idrico Campano (EIC) per il distretto Napoli Nord. La Corte ha riscontrato un grave deficit di democrazia e trasparenza, riassumibile in due punti:

Consultazioni fittizie: La partecipazione dei cittadini è stata di fatto azzerata. Non basta pubblicare dei documenti online per dire di aver ascoltato la popolazione su un bene vitale.

Consigli Comunali esautorati: Le decisioni strategiche sull’acqua vengono prese “dall’alto” e i Consigli Comunali che rappresentano i cittadini sono ridotti a semplici “passacarte” che devono solo ratificare decisioni già prese.

I giudici ricordano che l’acqua è un bene comune essenziale: pianificare la sua gestione per i prossimi trent’anni richiede trasparenza, non decisioni blindate in stanze chiuse.

Perché il modello ABC è un valore da difendere

La tesi secondo cui servono per forza i privati per fare investimenti viene smentita dai fatti e dalla stessa Corte: il mercato e la finanza non possono essere considerati gli unici strumenti per governare un diritto umano. La differenza tra i due modelli è radicale ma semplice: In una SpA (anche a controllo pubblico) una parte delle bollette pagate dai cittadini rischia di essere distratta per coprire logiche di profitto o dividendi. Nell’Azienda Speciale (come ABC): Il 100% dei soldi incassati dalle bollette deve essere reinvestito per legge nella manutenzione dei tubi, nella qualità dell’acqua e nel miglioramento del servizio.

L’analisi di Lucarelli si chiude con un forte richiamo alla realtà: le basi giuridiche per blindare ABC e proteggere l’acqua pubblica ci sono tutte, certificate dalla magistratura.

Ciò che manca, al momento, è la volontà politica. Il Comune di Napoli e la Regione Campania non hanno più scuse tecniche o legali dietro cui nascondersi. La Corte dei Conti ha riaperto il confronto: ora spetta alle istituzioni locali decidere se stare dalla parte dei cittadini o da quella dei mercati finanziari

Ciro Crescentini

Tags: AbcacquaAlberrto LucarelliComune di Napoli
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🕐 Aggiornato il: 10/06/2026 alle 13:00

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